Gino Contardi

IL SACRIFICIO DI GINO, UN CONTARDI

Una Storia di Coraggio, Patria e Destino

Ogni storia che si rispetti ha bisogno di un protagonista, e prima che vi racconti gli avvenimenti che lo riguardano, è buona pratica descriverlo partendo dal suo passato. Così avrete una visione completa di perché pensasse, agisse e fosse come lo ritroverete in questa vicenda.

Sebbene questa sia una storia totalmente inventata, è pur vero che il mio intento è di raccontarvi di un ragazzo che visse in un’epoca in cui l’Italia stava ancora imparando a essere davvero italiana. E non volendomi occupare di personaggi immaginari o di eroi di fantasia, sarebbe alquanto sconveniente non considerare il passato dell’unico protagonista reale che voglio analizzare: Gino Contardi!

Era il fratellastro più grande del mio nonno paterno. Di seconde nozze, come accadeva agli inizi del secolo scorso quando capitava di rimanere vedovo per motivi sempre assurdi dal punto di vista sanitario. Ebbene Gino ha rappresentato l’eroismo, la famiglia, l’ardore e un insostenibile termine di paragone per mio nonno Giuseppe e forse il destino di Gino ne ha condizionato il percorso fino al punto di finire su tre fronti in quattro anni nella guerra successiva: Francia, Iugoslavia e Russia. Per poi riuscire a sopraviverne non senza patimenti e ferite indelebili. 

Iniziamo quindi a ripercorrere le origini del nostro eroe: un ragazzo nato nel 1899, meglio conosciuto come uno dei “ragazzi del ’99”. A dire la verità, è ormai conclamato che quella generazione rappresentò il sacrificio più grande che l’Italia abbia mai chiesto ai suoi figli. Infatti, superando ogni retorica patriottica, la prima cosa da capire è che questi giovani furono chiamati a combattere nell’ultimo anno della Grande Guerra, quando ormai tutti speravano che tutto finisse presto.

Ma andiamo con ordine, perché la storia di Gino inizia molto prima, in un piccolo paese della Bassa Padana che forse molti di voi nemmeno conoscono.


LE RADICI DELLA PATRIA

Maleo, Terra di Origini

Maleo. Ecco, scommetto che la maggior parte di voi non sa nemmeno dove si trovi! Eppure questo piccolo paese della provincia di Lodi, incastonato nella Bassa Padana lombarda, fu il luogo dove nacque e crebbe il nostro protagonista. E credetemi, non è un dettaglio da poco. Sarà un caso se dopo un secolo la prima zona rossa Covid d’Italia ha proprio compreso anche questo piccolo e ameno luogo. O forse no…

Siamo nel 1899, l’anno in cui nacque Gino Contardi. L’Italia aveva appena compiuto quarant’anni come nazione unita, ma a dire la verità faceva ancora fatica a sentirsi davvero tale. Soprattutto in posti come Maleo, dove la gente parlava ancora più in dialetto che in italiano, dove le notizie da Roma arrivavano con giorni di ritardo, e dove la vita scorreva secondo ritmi che non erano cambiati da secoli.

Ma perché vi sto raccontando di questo paesino sperduto? Semplice: perché è impossibile capire Gino senza capire da dove veniva. Maleo era – ed è tuttora – uno di quei luoghi dove certe cose si respirano nell’aria. Il senso del dovere, l’onestà, l’attaccamento alla famiglia. Valori che oggi potrebbero sembrare antiquati, ma che allora erano il fondamento stesso dell’esistenza.

La famiglia Contardi non era ricca, sia chiaro. Battista, il padre di Gino, lavorava come capostazione nelle Ferrovie del Regno. Un lavoro rispettabile, certo, ma non certo da nababbi. Maria, la madre, si occupava della casa e del piccolo orto dietro l’abitazione. Una vita semplice, direte voi. E avreste ragione. Ma era proprio questa semplicità che forgiava caratteri solidi come quello che avrebbe dimostrato Gino. Il carattere italiano!

Ora, c’è un dettaglio che non posso tralasciare e che forse vi farà sorridere: il cognome Contardi. Sapete cosa significa? “Valoroso in battaglia”. Già, proprio così! Un cognome di origine longobarda che sembrava quasi una profezia. Battista lo sapeva bene, e forse diceva al figlio: “Gino, tu porti un cognome che significa coraggio. Non dimenticartelo mai.”. Mi piace pensarlo.

Il bambino crebbe in una casa modesta ma piena d’amore, dove si parlava di patria come di qualcosa di sacro. Non era retorica, era convinzione profonda. Battista aveva fatto il servizio militare negli anni Ottanta dell’Ottocento, quando l’Italia stava ancora costruendo la sua identità nazionale. Aveva visto con i suoi occhi cosa significasse essere italiani, e questo senso di appartenenza lo trasmise al figlio con la naturalezza con cui si trasmette il colore degli occhi.

Ma Maleo non era solo la famiglia Contardi. Era una comunità, un microcosmo dell’Italia di allora. C’era il parroco, che oltre a celebrare messa insegnava ai bambini del paese. C’era il sindaco che si occupava delle questioni amministrative con la serietà di chi sa di rappresentare lo Stato. C’era il maresciallo dei carabinieri, che incarnava l’autorità e la legge.

E poi c’erano i contadini, gli artigiani, i commercianti. Gente semplice che lavorava dall’alba al tramonto, che rispettava le istituzioni, che credeva nel progresso ma senza perdere le radici. Era l’Italia vera, quella che non faceva rumore ma che costituiva la spina dorsale del paese.

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Gino crebbe in questo ambiente, respirando questi valori. Da bambino giocava per le strade polverose del paese, correva nei campi di grano, pescava nel canale che attraversava Maleo. Era un bambino come tanti, ma con qualcosa di speciale negli occhi. Una determinazione, una serietà che non era comune alla sua età.

Ma dove poteva andare un ragazzo di Maleo in quegli anni? Le possibilità erano limitate: o rimanere in paese a fare il contadino, o cercare fortuna in città. Gino, però, aveva altri sogni. Sognava di servire la patria, di fare qualcosa di importante per l’Italia. Non sapeva ancora cosa, ma sentiva dentro di sé una chiamata che non riusciva a spiegare.

E poi c’era Elena. Ah, Elena Dragoni! Si tratta di un personaggio inventato ma la tentazione è stata troppa e mi piace pensarla come la figlia del farmacista, una ragazza dai capelli castani e dagli occhi verdi che faceva battere il cuore a tutti i ragazzi del paese. Ma Gino era diverso dagli altri. Non si limitava a guardarla da lontano: le parlava, la corteggiava con la gentilezza e il rispetto che aveva imparato in famiglia.

Elena era intelligente, colta per gli standard dell’epoca. Sapeva leggere e scrivere meglio di molti uomini, aveva letto libri che a Maleo nessuno conosceva. Era una ragazza moderna, diremmo oggi. E forse proprio per questo si era innamorata di Gino, che pur essendo figlio di un capostazione aveva una nobiltà d’animo che la colpiva.

I due giovani si frequentavano con la discrezione che l’epoca imponeva, ma tutti in paese sapevano che si amavano. Erano la coppia perfetta: lui serio e determinato, lei dolce e intelligente. Sembrava che il loro futuro fosse segnato: matrimonio, figli, una vita tranquilla a Maleo.

Ma la storia, si sa, ha i suoi piani. E i piani della storia raramente coincidono con quelli degli uomini.

Nel 1914, quando Gino aveva quindici anni, scoppiò la Grande Guerra. All’inizio l’Italia rimase neutrale, e a Maleo la vita continuò come sempre. Ma si sentiva nell’aria che qualcosa stava cambiando. Le notizie che arrivavano dall’Europa parlavano di battaglie sanguinose, di milioni di soldati al fronte, di una guerra che sembrava non voler finire mai.

Battista seguiva gli eventi con preoccupazione. Da ex militare, capiva meglio di altri cosa significasse una guerra moderna. “Se l’Italia entra in guerra,” diceva alla moglie, “sarà un bagno di sangue. E i primi a pagare saranno i giovani come i nostri figli.”

Aveva ragione, naturalmente. Ma non poteva immaginare quanto.

Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. A Maleo, come in tutto il paese, ci furono manifestazioni patriottiche. La gente cantava inni, sventolava bandiere, parlava di vittoria facile e di guerra breve. Gino, che aveva appena compiuto sedici anni, guardava tutto questo con occhi diversi da quelli dei suoi coetanei. Non era eccitato dalla prospettiva della guerra: era consapevole della sua gravità.

“Un giorno toccherà anche a me,” disse a Elena una sera, mentre passeggiavano lungo il canale.

“Non dire così,” rispose lei, stringendogli la mano. “La guerra finirà presto, vedrai.”

Ma Gino scosse la testa. “No, Elena. Questa guerra durerà a lungo. E quando avrò diciotto anni, dovrò partire anch’io.”

Aveva ragione anche lui. Ma nessuno dei due poteva immaginare che quando quel momento fosse arrivato, sarebbe stato troppo tardi per tutto.

Ecco, questa era Maleo. Questo era il mondo di Gino Contardi. Un mondo semplice ma solido, dove i valori contavano più del denaro, dove la parola data valeva più di qualsiasi contratto. Un mondo che stava per essere spazzato via dalla tempesta della storia, ma che aveva forgiato un ragazzo capace di affrontare quella tempesta a testa alta.

E credetemi, ne avrebbe avuto bisogno.

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Crescere nell’Italia del Nuovo Secolo

Ora, se pensate che crescere in un paesino della Bassa Padana all’inizio del Novecento fosse una cosa noiosa, vi sbagliate di grosso. Certo, non c’erano i cinema, non c’erano le automobili per tutti, non c’era la radio. Ma c’era qualcosa che oggi abbiamo perso: il senso di appartenenza a qualcosa di più grande di noi stessi.

Gino crebbe in quegli anni straordinari in cui l’Italia stava davvero diventando italiana. E non sto parlando solo di politica o di geografia: sto parlando di identità. Per la prima volta nella storia, un ragazzo di Maleo poteva sentirsi parte della stessa nazione di un ragazzo di Palermo o di Torino. Era una rivoluzione silenziosa, ma era una rivoluzione.

A scuola, il maestro non si limitava a insegnare a leggere e scrivere. Raccontava la storia d’Italia come se fosse un’epopea, e in effetti lo era. Parlava di Garibaldi come di un eroe dei tempi moderni, di Cavour come di un genio della politica, di Vittorio Emanuele II come del padre della patria. E i bambini ascoltavano a bocca aperta, perché quelle storie li facevano sentire parte di qualcosa di grande.

“L’Italia,” diceva spesso il maestro, “è giovane come voi. Ha appena cinquant’anni, e come tutti i giovani ha bisogno di energie fresche, di entusiasmo, di sacrificio.” Parole profetiche, se ci pensate.

Gino assorbiva tutto questo come una spugna. A casa, poi, Battista completava l’opera. Raccontava al figlio dei suoi anni di servizio militare, di quando aveva giurato fedeltà al Re e alla Patria, di cosa significasse essere soldati italiani. Non era militarismo, era amor di patria. Una cosa diversa, più profonda.

“Vedi, Gino,” gli diceva una sera, mentre guardavano passare il treno delle otto, “io lavoro per le ferrovie del Regno, ma in realtà lavoro per l’Italia. Ogni treno che passa porta persone, merci, idee da una parte all’altra del paese. È così che si costruisce una nazione: collegando le persone, facendole sentire unite.”

E Gino capiva. Capiva che essere italiani non significava solo essere nati in un certo territorio, ma condividere valori, sogni, speranze. Era una lezione che non avrebbe mai dimenticato.

Ma non pensate che la vita di Gino fosse fatta solo di lezioni patriottiche. Era un ragazzo normale, con le passioni e i problemi di tutti i ragazzi della sua età. Giocava a calcio nel campo (come era diventato da poco di moda in Europa) dietro la chiesa (con una palla di stracci, naturalmente), andava a pescare nel canale con gli amici, aiutava la madre nell’orto dietro casa.

E poi c’era Elena. Ah, Elena! Se dovessi descrivervi l’amore adolescenziale di Gino, dovrei usare tutte le parole più belle del vocabolario. Era un amore puro, innocente, fatto di sguardi rubati, di passeggiate al tramonto, di promesse sussurrate. Un amore che oggi vi farebbe sorridere per la sua ingenuità, ma che allora era la cosa più seria del mondo.

Elena era diversa dalle altre ragazze di Maleo. Aveva studiato più degli altri, aveva letto libri che venivano da Milano, aveva idee che a volte scandalizzavano le signore del paese. Ma Gino la amava proprio per questo: per la sua intelligenza, per la sua modernità, per il modo in cui sapeva guardare oltre l’orizzonte ristretto del paese.

“Un giorno,” le disse una volta, “quando saremo sposati, andremo a vivere in una città grande. Tu potrai studiare, io troverò un lavoro importante. Faremo qualcosa di significativo per l’Italia.”

Elena sorrise. “E se invece rimanessimo qui? Anche a Maleo si può essere utili alla patria.”

“Come?”

“Crescendo figli onesti, lavorando con dignità, rispettando le leggi. Non tutti possono essere eroi, Gino. Ma tutti possono essere buoni cittadini.”

Aveva ragione, naturalmente. Ma Gino aveva dentro di sé qualcosa che lo spingeva a volere di più. Non per ambizione personale, ma per un senso del dovere che gli veniva dal profondo dell’anima.

Gli anni passavano, e l’Italia cambiava. Arrivarono le prime automobili (una meraviglia che faceva accorrere tutto il paese quando passava per le strade di Maleo), si diffusero i giornali, iniziarono a circolare idee nuove. Il mondo si stava rimpicciolendo, e anche un paesino della Bassa Padana non poteva rimanere isolato.

Nel 1911, quando Gino aveva dodici anni, l’Italia conquistò la Libia. Fu la prima guerra a cui il ragazzo assistette, anche se da lontano. Ricordo ancora la sua eccitazione quando seppe che i soldati italiani avevano sconfitto i turchi, che la bandiera tricolore sventolava su Tripoli e Bengasi.

“Vedi,” gli disse Battista, “l’Italia sta diventando una grande potenza. Ma le grandi potenze hanno anche grandi responsabilità.”

Gino non capiva ancora completamente cosa significassero quelle parole, ma le impresse nella memoria. Sarebbero tornate utili più tardi.

A scuola, intanto, si distingueva sempre di più. Non era il più bravo in assoluto, ma era sicuramente il più determinato. Studiava con una concentrazione che stupiva i compagni, come se ogni lezione fosse un tassello di un mosaico più grande che stava costruendo nella sua mente.

Il maestro se ne accorse e iniziò a dargli libri extra da leggere. Storie di eroi del Risorgimento, biografie di grandi italiani, racconti di battaglie e di vittorie. Gino divorava tutto, e ogni libro alimentava la sua passione per la patria.

Battista e Maria non erano ricchi, ma comprarono a Gino tutti i libri che desiderava. Non erano colti, ma lo incoraggiavano a studiare, a leggere, a pensare.

E Gino cresceva. Fisicamente, certo: a quattordici anni era già alto e robusto, con i muscoli induriti dal lavoro nei campi durante le vacanze estive. Ma cresceva soprattutto mentalmente e moralmente. Stava diventando un giovane uomo con idee chiare, principi solidi, obiettivi precisi.

Nel 1913, quando compì quattordici anni, accadde qualcosa che lo segnò profondamente. A Maleo arrivò un reduce delle guerre d’Africa, un sergente dei Bersaglieri che era stato ferito in Libia e che ora era in congedo. Si chiamava Giuseppe (un altro nome profetico!) e aveva le mostrine cremisi che facevano impazzire tutti i ragazzi del paese.

Gino lo ascoltava per ore raccontare delle battaglie nel deserto, del coraggio dei soldati italiani, dell’orgoglio di servire la patria sotto le armi. E ogni racconto alimentava in lui il desiderio di fare altrettanto.

“Sergente,” gli chiese una volta, “cosa si prova a essere un soldato?”

Giuseppe lo guardò con serietà. “Si prova orgoglio, ragazzo. Orgoglio di servire qualcosa di più grande di te stesso. Ma si prova anche paura, fatica, dolore. La guerra non è un gioco.”

“Ma ne vale la pena?”

“Se combatti per la patria, sì. Ne vale sempre la pena.”

Quelle parole rimasero impresse nella mente di Gino come se fossero state scolpite nel marmo. E quando, due anni dopo, l’Italia entrò nella Grande Guerra, lui sapeva già cosa avrebbe fatto appena fosse diventato maggiorenne.

Ma prima doveva finire di crescere. E crescere, in quegli anni di guerra, significava maturare in fretta. Molto in fretta.

Le notizie dal fronte arrivavano a Maleo con il contagocce, filtrate dalla censura e spesso contraddittorie. Ma Gino aveva imparato a leggere tra le righe. Capiva che la guerra non stava andando come tutti speravano, che i soldati italiani stavano pagando un prezzo altissimo, che la vittoria era ancora lontana.

E ogni notizia di battaglia, ogni elenco di caduti, ogni racconto di eroismo lo convinceva sempre di più che anche lui, prima o poi, avrebbe dovuto fare la sua parte.

“Quando avrò diciotto anni,” disse a Elena nel 1916, “partirò anch’io.”

“Ma la guerra sarà finita da un pezzo,” rispose lei, speranzosa.

Gino scosse la testa. “No, Elena. Questa guerra durerà ancora a lungo. E quando toccherà a me, sarò pronto.”

Non sapeva quanto avesse ragione. E non sapeva che quando quel momento fosse arrivato, sarebbe stato davvero pronto. Fin troppo pronto.

Ma questa è un’altra storia. O meglio, è la continuazione della stessa storia. Una storia che stava per prendere una piega drammatica, proprio come il destino di tutta l’Italia.

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L’Amore e i Sogni di Pace

Ora, se c’è una cosa che la guerra sa fare bene, è rovinare i piani. E i piani di Gino ed Elena erano bellissimi, credetemi. Avevano diciassette e sedici anni rispettivamente, si amavano con quella purezza che solo i giovani sanno avere, e sognavano un futuro insieme che sembrava scritto nelle stelle.

Ma le stelle, si sa, a volte si spengono.

Era il 1917, e l’Italia stava vivendo il momento più difficile della sua partecipazione alla Grande Guerra. Le notizie che arrivavano dal fronte erano sempre più preoccupanti, anche se la censura faceva di tutto per nascondere la verità. Ma Gino aveva imparato a leggere i silenzi, a interpretare le espressioni preoccupate degli adulti, a capire cosa significassero certi discorsi interrotti quando lui entrava in una stanza.

“La situazione è grave,” disse una sera Battista alla moglie, credendo che Gino non sentisse. “Ho parlato con il capostazione di Lodi. Dice che passano sempre più treni carichi di feriti. E sempre meno treni carichi di rinforzi.”

Gino sentì, naturalmente. E capì che l’Italia stava soffrendo più di quanto la propaganda ufficiale volesse far credere. Ma questo, invece di scoraggiarlo, non fece che rafforzare la sua determinazione. Se la patria soffriva, era ancora più importante essere pronti a servirla.

Elena, però, la pensava diversamente. Era una ragazza intelligente, e aveva capito benissimo dove stava andando a parare il discorso del suo fidanzato. E non le piaceva per niente.

“Gino,” gli disse una sera, mentre passeggiavano lungo il canale come facevano sempre, “promettimi una cosa.”

“Cosa?”

“Promettimi che quando avrai diciotto anni, non ti arruolerai volontario. Aspetta che ti chiamino, se proprio devono chiamarti.”

Gino si fermò e la guardò. “Perché dovrei aspettare? Se la patria ha bisogno di me…”

“La patria ha bisogno di cittadini vivi, non di eroi morti,” lo interruppe Elena, con una durezza che non le era abituale.

“Ma Elena…”

“No, Gino. Ascoltami. Io ti amo, e proprio per questo non voglio che tu vada a cercare la morte. Hai diciassette anni, hai tutta la vita davanti. Perché buttarla via?”

Era una domanda legittima, e Gino lo sapeva. Ma aveva anche una risposta pronta: “Perché se tutti ragionassero così, chi difenderebbe l’Italia?”

“Altri. Qualcun altro.”

“No, Elena. Non funziona così. Ognuno deve fare la sua parte. E la mia parte è servire la patria.”

Fu la loro prima vera litigata. Elena scoppiò in lacrime, Gino rimase in silenzio. Entrambi sapevano di aver ragione, dal loro punto di vista. Ma sapevano anche che stavano parlando di cose più grandi di loro, di forze che non potevano controllare.

Si riconciliarono, naturalmente. L’amore a diciassette anni perdona tutto. Ma qualcosa era cambiato tra loro. Elena aveva capito che Gino era davvero determinato a partire per la guerra, e Gino aveva capito che Elena non l’avrebbe mai accettato completamente.

Intanto, gli eventi precipitavano. Nell’ottobre del 1917 arrivò la notizia che tutti temevano: Caporetto. L’esercito italiano aveva subito una sconfitta disastrosa, i soldati stavavano ritirandosi in disordine, il nemico avanzava verso la pianura padana. Morti. Tantissimi morti italiani.

A Maleo, come in tutto il Nord Italia, ci fu il panico. La gente parlava di evacuazione, di fuga verso sud, di invasione austriaca. Battista ricevette ordini di tenere pronta la stazione per eventuali treni di sfollati. Maria iniziò a preparare una valigia con le cose più importanti.

Ma Gino reagì diversamente. Invece di avere paura, si sentì galvanizzato. “Ecco,” disse ai genitori, “ora più che mai l’Italia ha bisogno di noi. Ora più che mai dobbiamo essere pronti a tutto.”

“Gino,” lo rimproverò la madre, “tu hai diciassette anni. Non è ancora il tuo momento.”

“Il momento arriva quando deve arrivare, mamma. Non quando lo decidiamo noi.”

Aveva ragione, purtroppo. Perché proprio in quei giorni drammatici, mentre l’esercito italiano si riorganizzava sulla linea del Piave, arrivò a Maleo una notizia che cambiò tutto: il rivedibile generale Cadorna era stato sostituito dal generale Diaz.

“Chi è questo Diaz?” chiese Gino al maestro.

“Un generale giovane, energico. Dicono che sia l’uomo giusto per risollevare le sorti della guerra.”

“E ci riuscirà?”

“Dipende anche da noi, Gino. Dipende da tutti noi.”

Quelle parole rimasero impresse nella mente del ragazzo. Dipende anche da noi. Già, ma cosa poteva fare un diciassettenne di Maleo per aiutare l’Italia a vincere la guerra?

La risposta arrivò prima di quanto pensasse.

Nel novembre del 1917, mentre l’esercito italiano si attestava sulla nuova linea difensiva, iniziarono a circolare voci su nuovi reparti speciali che si stavano formando. Reparti d’assalto, li chiamavano. Soldati d’élite addestrati per le missioni più difficili e pericolose.

“Gli Arditi,” disse una sera Battista, leggendo il giornale. “Così li chiamano. Portano mostrine cremisi se arrivano dal corpo dei Bersaglieri e combattono con il pugnale.”

Gino alzò la testa dal libro che stava leggendo. “Mostrine cremisi?”

“Sì, come i Bersaglieri. Anzi, molti Arditi vengono proprio dai Bersaglieri.”

“E cosa fanno, esattamente?”

“Attaccano le posizioni nemiche più fortificate. Aprono la strada agli altri reparti. È un lavoro pericoloso, ma qualcuno deve farlo.”

Gino non disse nulla, ma nei suoi occhi si accese una luce che Elena, se fosse stata lì, avrebbe riconosciuto subito. Era la luce della determinazione, della vocazione che aveva trovato finalmente il suo oggetto.

GINO CONTARDI 02

Quella notte non riuscì a dormire. Continuava a pensare agli Arditi, alle mostrine cremisi, al coraggio che ci voleva per fare quel mestiere. E più ci pensava, più si convinceva che quello era il suo destino.

Il giorno dopo andò da Elena e glielo disse.

“Quando compirò diciotto anni,” le annunciò senza preamboli, “mi arruolerò negli Arditi.”

Elena impallidì. “Gino, no. Ti prego, no.”

“È la mia strada, Elena. Lo sento.”

“La tua strada è qui, con me. Sposarci, mettere su famiglia, vivere in pace.”

“Non ci può essere pace finché l’Italia è in guerra.”

“E tu cosa credi di poter fare? Vincere la guerra da solo?”

“Fare la mia parte. Come tutti devono fare la loro parte.”

Fu la loro seconda litigata, più grave della prima. Elena pianse, supplicò, cercò di farlo ragionare. Ma Gino era irremovibile. Aveva trovato la sua vocazione, e niente al mondo l’avrebbe fatto cambiare idea.

“Se parti,” gli disse infine Elena, “tra noi è finita.”

“No, Elena. Tra noi non finirà mai. Ti amerò sempre, qualunque cosa succeda.”

“Ma io non posso amare un uomo che sceglie la morte invece della vita.”

“Io non scelgo la morte. Scelgo il dovere.”

“È la stessa cosa.”

Forse aveva ragione. Ma Gino non poteva fare altrimenti. Era più forte di lui, era qualcosa che veniva dal profondo dell’anima, dal significato stesso del suo cognome. Contardi: valoroso in battaglia. Non poteva tradire il suo destino.

I mesi che seguirono furono strani. Gino ed Elena continuavano a vedersi, ma tra loro c’era una tensione che non riuscivano a sciogliere. Lei sperava ancora di farlo cambiare idea, lui si preparava mentalmente a quello che l’aspettava.

Intanto, l’Italia si riorganizzava. Il generale Diaz stava ricostruendo l’esercito, il morale delle truppe migliorava, si parlava di una prossima offensiva che avrebbe cacciato definitivamente gli austriaci dal territorio nazionale.

E Gino aspettava. Aspettava di compiere diciotto anni, aspettava la chiamata alle armi, aspettava il momento di dimostrare di essere degno del nome che portava.

Non sapeva che quel momento stava arrivando più in fretta di quanto pensasse. E non sapeva che quando fosse arrivato, avrebbe cambiato per sempre non solo la sua vita, ma anche quella di tutti coloro che lo amavano.

Ma questa, come dicevo, è un’altra storia. O meglio, è il momento in cui la storia di Gino Contardi stava per diventare Storia con la S maiuscola.

E credetemi, non tutti sono pronti per un salto del genere.

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LA CHIAMATA DELLA PATRIA

La Grande Guerra e l’Italia in Difficoltà

Ora, se pensate che la Grande Guerra sia stata una passeggiata per l’Italia, vi sbagliate di grosso. E se credete alla propaganda dell’epoca, che parlava di “radiose giornate di maggio” e di vittorie facili, vi sbagliate ancora di più. La verità è che l’Italia entrò in guerra nel 1915 completamente impreparata, e per tre anni pagò un prezzo altissimo per questa impreparazione.

Ma andiamo con ordine, perché per capire cosa successe a Gino dovete prima capire cosa stava succedendo all’Italia.

Quando nel maggio 1915 il nostro paese dichiarò guerra all’Austria-Ungheria, tutti pensavano che sarebbe durata pochi mesi. “Saremo a casa per Natale,” dicevano i soldati che partivano per il fronte. Invece, Natale 1915 li trovò ancora nelle trincee del Carso, e così Natale 1916, e così Natale 1917.

Perché? Semplice: perché nessuno aveva capito che tipo di guerra fosse quella. Non era più la guerra di movimento dell’Ottocento, con cariche di cavalleria e battaglie campali. Era una guerra di trincea, di logoramento, di tecnologia. E l’Italia, che aveva appena finito di unificarsi, non era pronta per una sfida del genere.

I numeri parlano chiaro: in tre anni e mezzo di guerra, l’Italia perse oltre 650.000 uomini. Seicentocinquantamila! Provate a immaginare cosa significhi per un paese di 35 milioni di abitanti. Era come se oggi l’Italia perdesse due milioni di persone. Un’ecatombe.

E non erano solo numeri, erano vite. Erano ragazzi come Gino, strappati alle loro famiglie, ai loro sogni, ai loro amori. Erano il futuro dell’Italia che veniva falciato sui campi di battaglia.

Ma torniamo a Gino. Nel 1918, quando compì diciannove anni, la situazione era drammatica. Caporetto aveva dimostrato che l’esercito italiano era allo stremo, che il morale era a terra, che serviva qualcosa di nuovo per risollevare le sorti della guerra.

E quel qualcosa di nuovo aveva un nome: Armando Diaz.

Il nuovo comandante supremo era un uomo diverso da Cadorna. Più giovane, più moderno, più attento al morale delle truppe. Capiva che per vincere la guerra non bastava mandare i soldati all’assalto: bisognava motivarli, addestrarli, equipaggiarli meglio.

E soprattutto, bisognava creare reparti speciali per le missioni più difficili. I famosi Arditi, di cui Gino aveva sentito parlare.

“Questi Arditi,” spiegò una sera Battista al figlio, “sono l’élite dell’esercito. Vengono selezionati tra i migliori soldati, addestrati per mesi, equipaggiati con armi speciali. E soprattutto, hanno un morale altissimo.”

“Come mai?” chiese Gino.

“Perché sanno di essere speciali. Portano mostrine diverse, hanno privilegi che gli altri soldati non hanno, vengono trattati come eroi. E questo li fa combattere meglio.”

Gino ascoltava con attenzione. Ogni parola alimentava il suo desiderio di entrare in quei reparti d’élite.

Ma prima doveva essere chiamato alle armi. E la chiamata arrivò proprio quando meno se l’aspettava.

Era il 15 marzo 1918. Gino stava aiutando il padre in stazione quando arrivò il postino con una busta ufficiale. Una busta che tutti i giovani italiani di quell’epoca imparavano a temere.

“Per Gino Contardi,” disse il postino, con un’espressione grave.

Battista prese la busta con mani che tremavano leggermente. La guardò per un momento, poi la porse al figlio. “È arrivato il momento,” disse semplicemente.

Gino aprì la busta e lesse: “Il sottoscritto Gino Contardi, nato a Maleo il 15 marzo 1899, è chiamato a presentarsi al Distretto Militare di Lodi il giorno 1 aprile 1918 per l’incorporazione nella classe 1899.”

Ecco fatto. I “ragazzi del ’99” erano stati chiamati. L’ultima leva della Grande Guerra, quella che avrebbe dovuto dare il colpo finale all’Austria-Ungheria.

Gino guardò la cartolina con un misto di eccitazione e trepidazione. Era quello che aveva aspettato per mesi, ma ora che il momento era arrivato, si rendeva conto di cosa significasse davvero.

“Papà,” disse, “è arrivato il momento di servire la patria.”

Battista annuì, con gli occhi lucidi. “Sì, figlio. È arrivato il momento. E io sono orgoglioso di te.”

Quella sera, a casa, ci fu una cena speciale. Maria aveva cucinato tutti i piatti preferiti di Gino, come se fosse l’ultima volta. E forse lo era davvero.

“Quando tornerai,” disse la madre, cercando di trattenere le lacrime, “troverai tutto come l’hai lasciato. La tua camera, i tuoi libri, tutto.”

“Tornerò, mamma. Te lo prometto.”

Ma le promesse, in tempo di guerra, sono fragili come il vetro.

Il giorno dopo, Gino andò da Elena per salutarla. La trovò in giardino, seduta sulla solita panchina, con lo sguardo perso nel vuoto.

“È arrivata,” disse, mostrandole la cartolina.

Elena la prese e la lesse in silenzio. Poi la ripose e lo guardò negli occhi.

“Ora è ufficiale,” disse. “Tra due settimane non ci sarai più.”

“Ma tornerò, Elena. E quando tornerò, ci sposeremo.”

Elena scosse la testa. “No, Gino. Non ci sposeremo.”

“Perché?”

“Perché io non posso sposare un fantasma. E tu, dal momento in cui indosserai quella divisa, sarai un fantasma per me.”

Furono parole dure, crudeli. Ma Elena le disse perché soffriva, perché aveva paura, perché non sapeva come altro proteggere il suo cuore dalla sofferenza che l’aspettava.

Gino non rispose. Cosa poteva dire? Che aveva ragione? Che aveva torto? Entrambe le cose erano vere, a modo loro.

Si salutarono così, senza baci, senza abbracci, senza promesse. Solo con uno sguardo che diceva tutto quello che le parole non riuscivano a esprimere.

I giorni che seguirono passarono in fretta. Gino si preparò con cura: mise in ordine le sue cose, scrisse alcune lettere che avrebbe lasciato ai genitori, si congedò dagli amici del paese.

Il maestro lo chiamò a scuola per un ultimo saluto.

“Gino,” gli disse, “tu sei stato il mio allievo migliore. Non per i voti, ma per il carattere. Hai dentro di te qualcosa di speciale, qualcosa che ti farà onore.”

“Grazie, maestro. I suoi insegnamenti mi hanno formato.”

“Ricordati sempre che il vero coraggio non è non avere paura, ma fare il proprio dovere nonostante la paura.”

Parole profetiche, che Gino avrebbe ricordato nei momenti più difficili.

Il 31 marzo 1918, la sera prima della partenza, Gino fece un’ultima passeggiata per le strade di Maleo. Guardò la chiesa dove era stato battezzato, la scuola dove aveva studiato, la stazione dove aveva passato tante ore con il padre. Guardò tutto come se lo vedesse per la prima volta e per l’ultima volta insieme.

Era pronto. Aveva diciannove anni, un fisico forte, una mente lucida, e soprattutto una determinazione di ferro. Era pronto a servire l’Italia, a combattere per la libertà, a dimostrare di essere degno del nome che portava.

Non sapeva che stava per entrare in un mondo completamente diverso da quello che conosceva. Un mondo fatto di disciplina ferrea, di addestramento durissimo, di preparazione alla morte.

Non sapeva che tra pochi mesi sarebbe diventato un Ardito, un soldato d’élite, un guerriero.

E soprattutto, non sapeva che gli rimanevano solo sette mesi di vita.

Ma se lo avesse saputo, sarebbe partito lo stesso. Perché era Gino Contardi, e i Contardi non si tirano mai indietro quando la patria chiama.

GINO CONTARDI 04

Caporetto e il Cambiamento

Ora, prima di raccontarvi cosa successe a Gino quando arrivò al distretto militare, devo spiegarvi perché la situazione dell’Italia nel 1918 fosse così drammatica. E per farlo, devo parlarvi di Caporetto. Perché Caporetto non fu solo una battaglia persa: fu un trauma nazionale che cambiò per sempre il modo di fare la guerra.

Era il 24 ottobre 1917. Gli austriaci, aiutati dai tedeschi, sferrarono un attacco devastante contro le linee italiane sull’Isonzo. In poche ore, quello che era sembrato un fronte solido si sgretolò come un castello di carte. I soldati italiani, sorpresi e demoralizzati, iniziarono una ritirata che ben presto si trasformò in rotta.

Ma perché vi sto raccontando tutto questo? Perché Caporetto fu il momento in cui l’Italia capì che doveva cambiare tutto: strategia, tattiche, comandanti, e soprattutto mentalità.

Il generale Cadorna, che fino ad allora aveva comandato l’esercito con pessimi metodi ottocenteschi, fu sostituito da Armando Diaz. E Diaz era un uomo diverso: più giovane, più moderno, più attento al morale delle truppe.

“La guerra,” disse Diaz ai suoi ufficiali, “non si vince solo con i cannoni. Si vince con il cuore dei soldati. E per conquistare il cuore dei soldati, bisogna dar loro una ragione per combattere.”

Ecco perché nacquero gli Arditi. Non erano solo reparti d’assalto: erano il simbolo di un’Italia nuova, che sapeva valorizzare il coraggio individuale senza perdere la disciplina collettiva.

Ma torniamo a Gino. Quando arrivò al Distretto Militare di Lodi, il 1° aprile 1918, trovò un esercito completamente diverso da quello che aveva immaginato. Non più l’esercito di Cadorna, rigido e burocratico, ma l’esercito di Diaz, dinamico e motivato.

Il sergente maggiore che lo accolse era un veterano delle battaglie dell’Isonzo, un uomo duro ma giusto che aveva capito l’importanza di formare bene le nuove reclute.

“Ascoltate, ragazzi,” disse ai giovani della classe 1899, “voi siete l’ultima leva della guerra. Da voi dipende la vittoria finale. Ma per vincere, dovete essere migliori di tutti quelli che vi hanno preceduto.”

Gino ascoltava con attenzione. Ogni parola confermava quello che aveva sempre pensato: che servire la patria fosse un privilegio, non un obbligo.

L’addestramento di base durò sei settimane. Sei settimane intense, durante le quali Gino imparò tutto quello che un soldato deve sapere: marciare in formazione, maneggiare le armi, scavare trincee, obbedire agli ordini senza discutere.

Ma soprattutto, imparò cosa significasse essere parte di un gruppo. Perché l’esercito, prima di tutto, è una comunità. Una comunità dove ognuno dipende dagli altri, dove la sopravvivenza di tutti dipende dalla disciplina di ciascuno.

I suoi compagni di camerata erano ragazzi come lui: giovani di diciannove anni strappati alle loro famiglie e catapultati in un mondo nuovo. C’era Marco, un milanese figlio di operai. C’era Antonio, un bergamasco che aveva lasciato la fidanzata e tre fratelli più piccoli. C’era Giuseppe, un cremonese che suonava il violino e sognava di diventare musicista.

Tutti diversi, tutti uguali. Tutti uniti dalla stessa paura e dalla stessa speranza.

“Perché hai scelto di fare il soldato?” chiese una sera Marco a Gino.

“Perché amo l’Italia,” rispose Gino senza esitazione.

“Anche a costo di morire?”

“Anche a costo di morire.”

Giuseppe, che stava accordando il suo violino, smise di suonare. “Anch’io amo l’Italia. Ma spero di non dover morire per lei. Spero di poter vivere per lei.”

“Ognuno serve la patria come può,” disse Gino. “Tu con la musica, io con il fucile.”

Erano conversazioni che si ripetevano ogni sera, in tutte le caserme d’Italia. Giovani che cercavano di capire il senso di quello che stavano facendo, che si preparavano mentalmente a quello che li aspettava.

E quello che li aspettava era duro. Molto duro.


IL REPARTO D’ASSALTO

Alla fine delle sei settimane di addestramento di base, arrivò il momento della selezione per i reparti speciali. E qui, cari lettori, inizia la parte più importante della storia di Gino.

Il sergente maggiore Bianchi lo chiamò nel suo ufficio una mattina di maggio. Lo guardò attentamente, studiando il suo viso, la sua postura, i suoi occhi.

“Contardi,” disse infine, “tu hai qualcosa di speciale. Sei forte, sei coraggioso, sei determinato. E soprattutto, hai quella scintilla negli occhi che distingue i veri soldati dai semplici coscritti.”

Gino rimase sull’attenti, aspettando.

“Vuoi entrare nei reparti d’assalto?”

Ecco la domanda che Gino aveva aspettato per mesi. La domanda che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

“Sì, sergente,” rispose senza esitazione. “Voglio diventare un Ardito.”

Bianchi annuì. “Bene. Ma sappi che l’addestramento degli Arditi è molto più duro di quello che hai fatto finora. Molti non ce la fanno. E quelli che ce la fanno… beh, hanno davanti a loro una vita breve ma gloriosa.”

“Sono pronto, sergente.”

“C’è un’altra cosa. Gli Arditi che vengono dai Bersaglieri conservano le mostrine cremisi. Se superi l’addestramento, potrai portare le fiamme cremisi.”

Gino sentì un brivido di orgoglio. Le mostrine cremisi erano un simbolo di eccellenza militare, un segno distintivo che pochi potevano portare.

Il trasferimento al campo di addestramento degli Arditi avvenne una settimana dopo. Gino salutò i compagni di camerata con la promessa di rivedersi al fronte, poi partì per quella che sarebbe stata l’esperienza più dura della sua vita.

Il campo era situato in una zona montuosa del Piemonte, lontano da occhi indiscreti. Era un luogo spartano e severo, dove tutto era organizzato per forgiare soldati d’élite.

Il comandante era il maggiore Giulio Douhet, un ufficiale che aveva studiato le nuove tattiche di guerra e che aveva capito l’importanza dei reparti d’assalto.

“Signori,” disse il primo giorno ai nuovi arrivati, “voi siete qui per diventare Arditi. Ma non tutti ce la faranno. L’addestramento che vi aspetta è progettato per eliminare i deboli e per forgiare i forti.”

E aveva ragione. L’addestramento degli Arditi era basato su principi completamente diversi da quello della fanteria normale. Invece di insegnare ai soldati a rimanere fermi nelle trincee, li addestrava al movimento, all’attacco, all’iniziativa personale.

Gino imparò a muoversi silenziosamente nel buio, a strisciare sotto il filo spinato, a lanciare le bombe a mano con precisione mortale. Imparò a usare il pugnale, l’arma simbolo degli Arditi, per il combattimento corpo a corpo.

Ma soprattutto, imparò a non aver paura. O meglio, imparò a controllare la paura, a usarla come stimolo invece che come paralisi.

L’addestramento fisico era durissimo. Gino doveva correre per chilometri con l’equipaggiamento completo, scalare pareti rocciose, attraversare fiumi gelidi. Il suo corpo, già forte per natura, divenne una macchina perfetta.

Ma l’addestramento mentale era ancora più importante. Gino imparò a pensare come un guerriero, a vedere il campo di battaglia con occhi diversi, a individuare i punti deboli del nemico e a sfruttarli senza pietà.

Durante quelle settimane, Gino cambiò profondamente. Il ragazzo dolce e sognatore di Maleo si trasformò in un guerriero duro e determinato. Ma dentro di sé, nel profondo del cuore, rimaneva sempre il ragazzo che amava Elena, che rispettava i genitori, che credeva negli ideali di patria e di giustizia.

Alla fine dell’addestramento, solo la metà dei candidati superò le prove. Gino fu tra questi, e il maggiore Douhet in persona gli consegnò le mostrine cremisi degli Arditi.

“Soldato Contardi,” gli disse, “da oggi lei è un Ardito del Regio Esercito. Porti queste mostrine con onore.”

Gino prese le mostrine con mani che tremavano leggermente per l’emozione. Erano due piccole fiamme di panno cremisi, ma per lui rappresentavano molto di più: erano il simbolo del suo valore, della sua dedizione alla patria.

Quella sera, mentre cuciva le mostrine sulla giubba, pensò a suo padre. Sapeva che sarebbe stato orgoglioso di lui. Pensò anche a Elena, e si chiese se anche lei sarebbe stata orgogliosa del ragazzo di Maleo che era diventato un Ardito.

Il giorno dopo, Gino fu assegnato al 28° Reparto d’Assalto. Era pronto per la guerra. Aveva diciannove anni, un corpo d’acciaio, una mente affilata come una lama, e un cuore che batteva per l’Italia.

Non sapeva che gli rimanevano solo cinque mesi di vita. Ma se lo avesse saputo, non avrebbe cambiato nulla. Era diventato quello che aveva sempre sognato di essere: un eroe pronto a morire per la patria.

E credetemi, ne avrebbe avuto l’occasione molto presto.

GINO CONTARDI 04

LA FORGIA 

Diventare Ardito

Ora arriviamo al cuore della storia. Perché tutto quello che vi ho raccontato finora – l’infanzia a Maleo, l’amore per Elena, l’addestramento militare – era solo la preparazione per quello che stava per succedere. Gino Contardi stava per diventare quello che aveva sempre sognato di essere: un eroe.

Ma diventare un eroe, credetemi, non è una passeggiata.

Il 28° Reparto d’Assalto aveva la sua base in una zona collinare del Veneto, a pochi chilometri dal fronte del Piave. Era un’unità di nuova formazione, ma già rodata e pronta al combattimento.

Quando Gino arrivò, nel maggio del 1918, trovò un mondo completamente diverso da quello che aveva conosciuto durante l’addestramento di base. Qui non si trattava più di imparare: si trattava di essere pronti a morire.

Il comandante del reparto era il maggiore Alessandro Ferrero, un piemontese di antica famiglia militare che aveva combattuto in Libia e sull’Isonzo. Un uomo di quarant’anni, con i baffi curati e gli occhi che riflettevano un’intelligenza acuta e una determinazione di ferro.

“Soldato Contardi,” gli disse quando Gino si presentò, “ho letto il suo fascicolo. Ottimi risultati nell’addestramento. Spero che saprà mantenere questo standard anche qui.”

“Farò del mio meglio, signor maggiore.”

“Qui non basta fare del proprio meglio. Qui bisogna dare tutto se stessi, e anche qualcosa di più.”

Gino fu assegnato alla 2ª Compagnia, comandata dal capitano Giulio Bechi Luserna. Un giovane ufficiale toscano di ventiquattro anni che aveva già alle spalle due anni di guerra.

La compagnia era divisa in tre plotoni. Gino fu assegnato al 2° plotone, comandato dal tenente Mario Puccini. Qualcuno che aveva scelto la carriera militare per servire la patria.

I compagni di Gino erano tutti veterani degli Arditi. C’era il sergente Alberto Moro, un romano di trent’anni che aveva partecipato alla conquista di Gorizia. C’era il caporale Enrico Cazzaniga, un milanese che aveva perso una gamba in battaglia ma aveva rifiutato il congedo. C’era il soldato scelto Franco Esposito, un napoletano con una mira infallibile con le bombe a mano.

Questi uomini accolsero Gino con la diffidenza tipica dei veterani verso le nuove reclute. Ma Gino riuscì presto a conquistare la loro fiducia con la sua serietà e la sua determinazione.

“Il ragazzo ha stoffa,” disse il sergente Moro al capitano dopo una settimana. “È giovane e inesperto, ma ha il fuoco negli occhi.”

L’addestramento nel 28° Reparto era diverso da quello che Gino aveva fatto prima. Qui si trattava di perfezionare le tecniche e di adattarle alle condizioni specifiche del fronte italiano.

Gino imparò a muoversi silenziosamente anche sui terreni più difficili, a orientarsi nel buio usando solo le stelle, a comunicare con i compagni usando gesti. Imparò anche a usare armi speciali: il fucile mitragliatore Villar Perosa, le bombe a mano SRCM, il lanciafiamme portatile.

Ma soprattutto, imparò a lavorare in squadra. Gli Arditi non erano soldati individuali, ma membri di un organismo collettivo dove ognuno aveva un ruolo specifico.

Durante le serate libere, gli Arditi si riunivano per parlare, giocare a carte, cantare. Era in questi momenti che Gino conobbe meglio i suoi compagni.

Il sergente Moro gli raccontò della moglie che aspettava un bambino, del negozio che sperava di aprire dopo la guerra. Il caporale Cazzaniga gli parlò della fidanzata milanese che gli scriveva ogni giorno. Il soldato Esposito gli descrisse Napoli, il sole, il mare.

Tutti avevano qualcosa da difendere, qualcosa per cui valeva la pena combattere e morire. E tutti sapevano che le loro possibilità di sopravvivere erano scarse.

“Sai qual è il segreto per sopravvivere in questa guerra?” chiese una sera Moro a Gino.

“No, sergente.”

“Non pensare al domani. Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma combatti come se dovessi vivere per sempre.”

Gino ascoltava questi consigli, ma dentro di sé sapeva che non sarebbe mai riuscito a seguirli completamente. Lui amava la vita, amava l’Italia, amava ancora Elena. E questo amore, invece di indebolirlo, lo rendeva più forte.

Nel giugno del 1918, il 28° Reparto ricevette l’ordine di prepararsi per le operazioni. Gli austriaci stavano preparando la loro ultima grande offensiva, e il Comando Supremo voleva essere pronto.

L’addestramento si intensificò. Gino e i suoi compagni passavano le giornate a provare le manovre che avrebbero dovuto eseguire in battaglia: l’avvicinamento silenzioso, l’attacco coordinato, la conquista delle trincee.

“Signori,” spiegava il capitano Bechi, “noi siamo la punta di lancia dell’esercito italiano. Da noi dipende il successo dell’intera operazione.”

Gino sentiva il peso di questa responsabilità, ma non ne era schiacciato. Al contrario, lo stimolava a dare sempre il meglio di sé.

In quei giorni ricevette una lettera da casa. Sua madre gli scriveva che tutti a Maleo erano orgogliosi di lui, che pregavano per la sua incolumità. Suo padre aggiungeva: “Figlio mio, so che stai facendo il tuo dovere. Continua così.”

C’era anche un poscritto che fece battere forte il cuore di Gino: “Elena Dragoni mi ha chiesto di salutarti. Ha detto che pensa spesso a te.”

Elena pensava a lui? Nonostante tutto quello che era successo, lo ricordava ancora?

Quella sera scrisse una lettera ai genitori: “Salutate Elena da parte mia. Dite che sto bene e che sto facendo il mio dovere. E dite che, qualunque cosa succeda, la porterò sempre nel cuore.”

Non sapeva che quella sarebbe stata l’ultima lettera che avrebbe mai scritto a casa.

Il 15 giugno 1918 iniziò l’offensiva austriaca del Piave, la “Battaglia del Solstizio”. Gli austriaci attaccarono su tutto il fronte, con l’obiettivo di sfondare le linee italiane e arrivare a Venezia.

Il 28° Reparto fu immediatamente mobilitato. Gino e i suoi compagni furono trasferiti in prima linea, nelle trincee lungo la riva sinistra del Piave.

Era la prima volta che Gino vedeva il fronte vero, quello dove si combatteva e si moriva ogni giorno. Il Piave era un fiume largo e impetuoso, con la corrente forte e l’acqua gelida. Sulla riva opposta vedeva le posizioni nemiche, le sagome scure dei soldati austriaci.

“Ecco il Piave,” disse Moro a Gino. “Questa è la linea sacra dell’Italia. Qui non si passa.”

L’attacco austriaco fu respinto dopo dieci giorni di combattimenti furiosi. Il 28° Reparto si distinse in diverse azioni, e Gino ebbe il suo battesimo del fuoco durante un contrattacco notturno.

Fu la prima volta che vide morire un uomo, la prima volta che uccise un nemico, la prima volta che sentì il sapore della polvere da sparo e l’odore del sangue.

Ma non ebbe tempo di riflettere. La guerra era una macchina che non si fermava mai, e Gino era ormai parte di quella macchina.

Dopo la vittoria del Piave, il generale Diaz iniziò a preparare l’offensiva finale. E il 28° Reparto fu scelto per partecipare a quella che sarebbe stata l’ultima battaglia della guerra.

Gino non lo sapeva, ma il suo destino si stava avvicinando rapidamente. Il 30 ottobre 1918 era ormai a pochi mesi di distanza.

Ma in quei giorni di preparazione, mentre si addestrava con i suoi compagni, era felice. Era diventato quello che aveva sempre sognato di essere: un soldato d’élite, un difensore della patria, un eroe pronto a tutto per l’Italia.

Il ragazzo di Maleo aveva completato la sua trasformazione. Ora era un Ardito del 28° Reparto d’Assalto, e portava sulle spalle il peso delle speranze di un’intera nazione.

E credetemi, era pronto a portarlo fino in fondo.


Verso il Destino

Ora arriviamo al momento che tutti stavano aspettando, anche se nessuno lo sapeva. L’autunno del 1918 portò con sé quella sensazione che qualcosa di definitivo stesse per accadere. E infatti stava per accadere.

Il 20 ottobre 1918, il 28° Reparto d’Assalto ricevette l’ordine di movimento. Destinazione: Romano del Piave. Era lì che si stava concentrando il grosso delle forze italiane per l’offensiva finale.

Gino aveva ormai diciannove anni compiuti. Era un uomo fatto, temprato dalla guerra e dall’addestramento. Ma dentro di sé rimaneva ancora il ragazzo di Maleo che sognava di tornare a casa.

Il viaggio verso il fronte avvenne in treno, su vagoni merci adattati per il trasporto delle truppe. Gino si trovò seduto su una panca di legno, con il fucile tra le ginocchia e lo zaino che gli premeva contro la schiena.

Durante il viaggio, i soldati parlavano poco. Ognuno era immerso nei propri pensieri. Tutti sapevano che l’offensiva che si preparava sarebbe stata decisiva. Ma tutti sapevano anche che molti di loro non sarebbero tornati a casa.

“A cosa pensi, Gino?” chiese il tenente Puccini.

“Penso a casa, signor tenente. Ai miei genitori, al mio paese.”

“È normale. Tutti pensiamo a casa prima di una battaglia.”

“Lei ha paura, signor tenente?”

Puccini sorrise tristemente. “Certo che ho paura. Solo gli stupidi non hanno paura. Ma la paura non è importante. Quello che conta è fare il proprio dovere nonostante la paura.”

Il treno arrivò a destinazione nel pomeriggio del 21 ottobre. Romano del Piave era un piccolo paese sulla riva sinistra del fiume, in una posizione strategica che dominava uno dei punti di attraversamento più importanti.

Il 28° Reparto fu alloggiato in una cascina abbandonata alla periferia del paese. Gino sistemò il suo equipaggiamento in un angolo della stalla, dove aveva trovato un po’ di paglia pulita.

Quella sera, il capitano Bechi riunì tutti gli uomini della compagnia per spiegare loro la missione.

“Signori,” disse, “tra nove giorni inizierà l’offensiva finale. Il nostro obiettivo è attraversare il Piave e conquistare le posizioni austriache sulla riva destra. Sarà difficile e pericoloso, ma se riusciremo, la guerra sarà finita.”

Gino guardò la mappa con attenzione, memorizzando ogni dettaglio. Vedeva il fiume, le posizioni nemiche, i punti di attraversamento. Era tutto molto chiaro sulla carta, ma sapeva che la realtà sarebbe stata diversa.

Nei giorni che seguirono, l’attività fu frenetica. Gli Arditi si addestrarono sul terreno che avrebbero dovuto attraversare, studiarono le posizioni nemiche, provarono le manovre.

Gino si distinse durante questi addestramenti. La sua agilità, la sua precisione nel tiro, la sua capacità di muoversi silenziosamente lo resero uno degli elementi più apprezzati del plotone.

“Hai imparato in fretta, ragazzo,” gli disse una sera il sergente Moro. “Sei diventato un vero Ardito.”

“Ho avuto buoni maestri, sergente.”

“Ricordati sempre che in battaglia la cosa più importante è rimanere calmi. Pensa a quello che devi fare, e fallo senza esitazione.”

La sera del 28 ottobre, vigilia dell’attacco, Gino scrisse quella che sarebbe stata la sua ultima lettera. Non la spedì, ma la tenne con sé.

“Cari genitori,” scriveva, “domani inizierà la battaglia finale. Non so cosa mi riserverà il destino, ma voglio che sappiate che sono orgoglioso di essere vostro figlio. Se non dovessi tornare, non piangete per me. Avrò fatto il mio dovere. Salutate Elena da parte mia, e dite che l’ho sempre amata. Vi amo. Gino.”

GINO CONTARDI 04

L’Ultima Notte

Quella notte, Gino non riuscì a dormire. Rimaneva sveglio ad ascoltare i rumori: il vento, il rumore lontano dei cannoni, il respiro dei compagni che dormivano intorno a lui.

Pensava alla sua vita, ai diciannove anni che aveva vissuto, a tutto quello che aveva fatto e a tutto quello che non aveva potuto fare. Pensava a Maleo, alle strade del suo paese, ai campi di grano, alla stazione dove lavorava suo padre.

Pensava a Elena, ai suoi occhi verdi, al suo sorriso, alle parole che gli aveva detto l’ultima volta che si erano visti. Si chiedeva cosa stesse facendo in quel momento, se pensasse mai a lui.

Pensava anche alla morte. Non ne aveva paura, o almeno credeva di non averne. Era stato addestrato a non temerla. Ma si chiedeva come sarebbe stato morire, se avrebbe sofferto, se avrebbe avuto il tempo di pensare a casa.

L’alba del 29 ottobre si alzò grigia e nebbiosa. Gino si svegliò che era ancora buio, si lavò con l’acqua fredda, indossò l’uniforme con cura. Controllò l’equipaggiamento: tutto era in ordine.

Fece colazione con i compagni in silenzio. Il caffè era amaro e il pane era duro, ma Gino li mangiò con appetito. Sapeva che poteva essere l’ultimo pasto della sua vita.

Alle otto del mattino, il 28° Reparto si mise in marcia verso le posizioni di partenza. Gino camminava in fila con i suoi compagni, con lo zaino sulle spalle e il fucile in mano.

Mentre marciava, guardò per l’ultima volta il paesaggio veneto. Vedeva i campi coperti di brina, le case dei contadini, gli alberi spogli. Era l’Italia per cui stava per combattere, l’Italia per cui era disposto a morire.

Non sapeva che gli rimanevano meno di ventiquattro ore di vita. Ma se lo avesse saputo, non avrebbe cambiato nulla. Era pronto.


Romano del Piave – Il Sacrificio

Ed eccoci arrivati al momento finale. Il momento per cui tutta questa storia è stata raccontata. Il momento in cui Gino Contardi, il ragazzo di Maleo, divenne immortale.

L’alba del 30 ottobre 1918 si alzò pallida e nebbiosa sulla valle del Piave. Era un’alba che avrebbe visto la fine di un impero e la nascita di una vittoria, ma che avrebbe anche visto morire migliaia di giovani.

Gino uscì dalla trincea insieme ai suoi compagni alle tre e un quarto del mattino. Il silenzio dopo il bombardamento era irreale, spettrale. L’aria era fredda e umida, carica dell’odore della polvere da sparo.

“Avanti, ragazzi!” gridò il capitano Bechi. “Per l’Italia!”

“Per l’Italia!” risposero in coro gli Arditi.

Gino correva insieme ai suoi compagni, con il fucile in mano e lo zaino che gli batteva sulla schiena. Sentiva l’adrenalina che gli dava una forza sovrumana. Era il momento per cui si era preparato.

Per i primi cento metri, tutto andò bene. Ma quando iniziarono a prepararsi per l’attraversamento del fiume, le mitragliatrici austriache aprirono il fuoco.

“A terra!” gridò il sergente Moro.

Gino si buttò dietro un masso, sentendo i proiettili che passavano sopra la sua testa. Guardò il fiume che doveva attraversare: cinquanta metri di acqua gelida e corrente forte.

“Come facciamo?” chiese a Moro.

“Un po’ alla volta. E sperando nella fortuna.”

Il sergente radunò i suoi uomini. “Attraverseremo uno alla volta. Io vado per primo. Contardi, tu vieni per secondo.”

Moro si preparò, si fece il segno della croce, poi si lanciò verso il fiume. Le mitragliatrici lo presero di mira, ma riuscì a raggiungere l’acqua e a buttarsi dentro.

“Tocca a te!” gridò il caporale Cazzaniga a Gino.

Gino si alzò e si lanciò nella corsa. Sentiva i proiettili che fischiavano intorno a lui, vedeva gli spruzzi d’acqua sollevati dalle pallottole. Ma non si fermò.

Raggiunse la riva e si buttò in acqua. L’acqua era gelida, la corrente forte. Ma nuotò con tutte le sue forze verso la riva opposta, dove Moro lo aspettava.

Uno dopo l’altro, gli altri membri del plotone attraversarono il fiume. Non tutti ce la fecero: il soldato Esposito fu colpito e scomparve sotto l’acqua. Alla fine, solo otto uomini erano riusciti ad attraversare.

“Ora dobbiamo prendere quelle mitragliatrici,” disse Moro. “Contardi, vieni con me.”

Si alzarono insieme e si lanciarono all’attacco. Correvano piegati in due, saltando da un riparo all’altro, avvicinandosi sempre di più alla postazione nemica.

Quando furono a venti metri, Moro lanciò una bomba a mano. L’esplosione uccise due serventi, ma il terzo continuò a sparare. Gino si alzò e corse verso la postazione, con il pugnale in mano.

Il soldato austriaco lo vide arrivare e cercò di puntargli contro la pistola, ma Gino fu più veloce. Si gettò su di lui e lo colpì con il pugnale.

“Bene!” gridò Moro. “Una mitragliatrice in meno!”

Ma la battaglia era appena iniziata. Altre postazioni nemiche aprirono il fuoco, e gli austriaci iniziarono un contrattacco. Gino e i suoi compagni si trovarono sotto un fuoco incrociato.

“Dobbiamo resistere!” gridò Moro. “I rinforzi arriveranno presto!”

Ma i rinforzi tardavano, e gli austriaci premevano sempre di più. Gino sparava con il fucile, lanciava bombe a mano, combatteva con il coraggio della disperazione. Vedeva cadere uno dopo l’altro i suoi compagni.

Alle dieci del mattino, del plotone rimanevano solo quattro uomini. Erano circondati, quasi senza munizioni, ma continuavano a combattere.

“Ragazzi,” disse Moro, “credo che sia finita. Ma almeno moriamo da soldati.”

“Non è finita!” gridò Gino. “Guardate!”

Dalla riva italiana stavano arrivando i rinforzi. Era la salvezza, ma bisognava resistere ancora un po’.

Gli austriaci, vedendo i rinforzi, intensificarono l’attacco. Lanciarono un assalto disperato, correndo verso la trincea con le baionette in canna.

Gino si alzò per respingere l’attacco, sparando contro i nemici che avanzavano. Ne abbatté due, poi tre, poi il fucile si inceppò. Prese il pugnale e si preparò al combattimento corpo a corpo.

Un soldato austriaco saltò nella trincea e si gettò su di lui. Gino lo affrontò con il pugnale, riuscendo a ferirlo, ma altri nemici stavano arrivando.

Fu in quel momento che una granata austriaca esplose proprio accanto a lui. Gino sentì un dolore lancinante al petto, vide il mondo che girava, sentì il sapore del sangue in bocca.

Cadde a terra, con il pugnale ancora in mano.

Il sergente Moro si chinò su di lui. “Gino! Resisti!”

Gino aprì gli occhi e guardò il cielo grigio. Sentiva la vita che se ne andava, ma non aveva paura. Aveva fatto il suo dovere, aveva combattuto per l’Italia.

“Sergente,” sussurrò, “dica ai miei genitori… che sono morto da soldato… che sono morto per l’Italia…”

“Glielo dirò, ragazzo.”

“E dica a Elena… che l’ho sempre amata… che l’ho portata nel cuore fino alla fine…”

“Lo farò.”

Gino sorrise debolmente. Vedeva il volto del sergente, vedeva il cielo che si faceva scuro. Ma vedeva anche altro: vedeva Maleo, la sua casa, i suoi genitori. Vedeva Elena, bella come l’aveva vista l’ultima volta.

Un secondo dopo morì. Così, con gli occhi aperti e fissi sull’ultima immagine che gli era apparsa.

E così cadde Gino Contardi, il ragazzo di Maleo che aveva sognato di diventare un eroe. Morì a diciannove anni, su una riva del Piave, combattendo per la patria che amava più della vita.

I rinforzi arrivarono poco dopo e respinsero gli austriaci. La posizione fu consolidata, l’offensiva proseguì, e quattro giorni dopo l’Austria-Ungheria firmò l’armistizio.

La guerra era finita, l’Italia aveva vinto. Ma Gino non vide la vittoria. Era morto poche ore prima che il sogno di una vita si realizzasse.

Eppure, la sua morte non fu vana. Il suo sacrificio, insieme a quello di migliaia di altri “ragazzi del ’99”, rese possibile la vittoria finale.

Gino Contardi era diventato immortale. Il suo cognome, che significava “valoroso in battaglia”, aveva trovato il suo vero significato.

Era un eroe. Era un figlio d’Italia. E il suo sacrificio non sarà mai dimenticato.i

GINO CONTARDI 04

L’EREDITÀ ETERNA

La Vittoria e il Prezzo

Ora, se pensate che la vittoria abbia un sapore dolce, vi sbagliate. Almeno, non quando il prezzo pagato è stato così alto.

Il 4 novembre 1918, alle tre del pomeriggio, entrò in vigore l’armistizio tra l’Italia e l’Austria-Ungheria. La Grande Guerra, almeno sul fronte italiano, era finalmente finita. Dopo tre anni, sei mesi e undici giorni di combattimenti, l’Italia aveva vinto.

Ma che vittoria! Oltre 650.000 morti, più di un milione di feriti, centinaia di migliaia di mutilati. Un’intera generazione falciata sui campi di battaglia.

La notizia della morte di Gino arrivò a Maleo cinque giorni dopo l’armistizio. Battista ricevette la lettera ufficiale mentre era al lavoro in stazione. Quando lesse quelle parole – “caduto gloriosamente in combattimento” – sentì il mondo crollargli addosso.

Tornò a casa e trovò Maria che preparava la cena. Quando vide l’espressione del marito e la lettera con il bordo nero, capì immediatamente.

“Gino?” sussurrò.

Battista annuì, incapace di parlare. Maria si accasciò su una sedia e scoppiò in lacrime.

Ma tre giorni dopo arrivò il sergente Moro. Era sopravvissuto alla battaglia e aveva mantenuto la promessa fatta al giovane Ardito morente. Portava con sé gli effetti personali di Gino: la lettera per i genitori, alcune fotografie, il rosario della prima comunione.

“Signor Contardi,” disse, “io ero con vostro figlio quando è morto. Era un bravo ragazzo. Uno dei migliori che abbia mai conosciuto. È morto da soldato, da eroe, da italiano.”

Battista ascoltava con gli occhi lucidi. “Ha sofferto?”

“No, signore,” mentì Moro. “È stato tutto molto veloce.”

“E ha detto qualcosa per Elena?”

“Ha detto di dirle che l’ha sempre amata, che l’ha portata nel cuore fino alla fine.”

Quella sera, Battista andò da Elena per riferirle le ultime parole di Gino. La trovò nel giardino della farmacia, con lo sguardo perso nel vuoto.

“È morto, vero?” disse senza alzare gli occhi.

“Sì. È morto da eroe.”

Elena scoppiò in lacrime. “Anch’io l’ho sempre amato. Ma ora è troppo tardi.”

“Non è mai troppo tardi per amare. L’amore vero non muore mai.”


Quello che Gino Non Vide

Ecco, ora arriviamo a una parte che mi fa sempre riflettere. Gino morì il 30 ottobre 1918, cinque giorni prima della fine della guerra. In quei diciannove anni aveva visto nascere il nuovo secolo, aveva assistito all’entrata dell’Italia nel conflitto mondiale, aveva partecipato alla battaglia finale.

Ma c’era un mondo intero che non riuscì a vedere. Un futuro che si dispiegò dopo la sua morte e che fu reso possibile anche dal suo sacrificio.

Non vide l’epidemia di influenza spagnola che stava per abbattersi sull’Europa. Non vide il ritorno dei soldati a casa, molti dei quali portavano nel corpo e nell’anima le cicatrici della guerra.

Non vide la nascita del fascismo, quel movimento che si ispirò proprio all’esempio degli Arditi. Molti ex-Arditi aderirono al fascismo, vedendo in Mussolini l’uomo che poteva dare all’Italia la grandezza per cui avevano combattuto.

Non vide la Marcia su Roma del 1922, il ventennio fascista, la costruzione dell’Impero. Non vide lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando l’Italia si alleò con la Germania nazista in un conflitto ancora più terribile.

Non vide la caduta del fascismo e la nascita della Repubblica, quando l’Italia scelse finalmente la democrazia e la libertà. Non vide la ricostruzione del dopoguerra, il miracolo economico, l’Italia diventare una delle maggiori potenze industriali del mondo.

Non vide l’avvento della radio, della televisione, del cinema. Non sentì mai le trasmissioni dell’EIAR, non vide mai un film, non conobbe mai il potere delle immagini in movimento.

Non vide l’uomo sulla luna, quella sera del 20 luglio 1969 quando Neil Armstrong mise piede sul satellite terrestre. Gino, che aveva sognato di volare guardando i primi aeroplani, non poteva immaginare che l’uomo sarebbe riuscito a raggiungere le stelle.

Non vide la guerra fredda, la costruzione del muro di Berlino, la sua caduta. Non vide la nascita dell’Unione Europea, quando i paesi che si erano combattuti per secoli decisero di unirsi in un progetto di pace.

Non vide la rivoluzione informatica, l’avvento dei computer, di internet, dei telefoni cellulari. Non vide nascere quel mondo globale dove le informazioni viaggiano alla velocità della luce.

Non vide le donne conquistare il diritto di voto, l’emancipazione femminile, la parità tra i sessi. Elena visse in un’epoca in cui le donne iniziarono a rivendicare i loro diritti, ma Gino morì quando erano ancora considerate cittadine di seconda classe.

Non vide la medicina moderna, gli antibiotici, i vaccini, le tecnologie che hanno permesso di sconfiggere malattie che ai suoi tempi erano mortali.

Ma soprattutto, non vide i frutti del suo sacrificio. Non vide l’Italia diventare una democrazia matura, un paese libero dove i diritti umani sono garantiti. Non vide le generazioni successive crescere nella pace e nella prosperità.

Eppure, tutto quello che non vide fu reso possibile anche dal suo sacrificio. La sua morte contribuì a costruire quel mondo migliore per cui aveva combattuto.

GINO CONTARDI foto originale

I Discendenti e la Memoria

E arriviamo alla fine. Oggi, più di un secolo dopo la morte di Gino Contardi, il mondo è cambiato in modi che il giovane Ardito non avrebbe mai potuto immaginare.

I discendenti di Gino non sono solo quelli del sangue, perché lui morì senza figli. I suoi veri discendenti siamo tutti noi, tutti gli italiani che oggi vivono nella libertà e nella democrazia.

Ma la vera memoria di Gino non è fatta di monumenti. È fatta di valori che si tramandano da padre in figlio, da maestro ad allievo. L’amore per la patria, il senso del dovere, la disponibilità al sacrificio per il bene comune.

Il sergente Moro tornò a Roma, aprì il suo negozio, crebbe il figlio che aveva chiamato Gino in onore del compagno caduto. “Ricordati sempre,” diceva al piccolo, “che porti il nome di un eroe.”

Elena non si sposò mai. Rimase a Maleo, dove si dedicò all’assistenza dei reduci e delle famiglie dei caduti. Dopo la guerra divenne infermiera. Ogni anno andava al cimitero a portare fiori sulla tomba simbolica di Gino.

Durante il fascismo, la figura di ragazzi come Gino fu utilizzata dalla propaganda come esempio di eroismo e negli anni del boom economico, figure come la sua figura sembrarono per un momento sbiadire. Ma la sua memoria resistette, custodita dalle famiglie, dalle associazioni, dalle istituzioni.

Oggi, nel XXI secolo, la storia di Gino può sembrare lontana. I giovani di oggi vivono in un mondo che lui non avrebbe mai potuto immaginare. Eppure, la sua lezione è più attuale che mai.

In un’epoca di crisi dei valori, di individualismo esasperato, l’esempio di Gino ci ricorda che esistono cose per cui vale la pena lottare. La libertà, la democrazia, la giustizia, la solidarietà.

Oggi, mentre la mia intelligenza artificiale vi racconta la sua storia, Gino continua a vivere nella memoria collettiva dell’Italia anche grazie a questa storia di fantasia. È un paradosso: un ragazzo che non vide mai la radio ora vive nell’internet.

Ma forse è giusto così. La tecnologia oggi serve a tramandare la sua memoria, a far conoscere la sua storia a nuove generazioni.

Noi, i suoi discendenti, abbiamo un debito verso di lui. Un debito che non potremo mai saldare completamente. Ma possiamo almeno cercare di essere degni del suo sacrificio.

Possiamo farlo vivendo da cittadini responsabili, partecipando alla vita democratica, difendendo la libertà e la giustizia. Possiamo farlo ricordando la sua storia, raccontandola ai nostri figli.

Possiamo farlo soprattutto amando l’Italia come lui l’amò: non con un nazionalismo cieco, ma con un patriottismo consapevole. Amando questo paese per quello che è e per quello che può diventare.

Gino Contardi morì a diciannove anni, ma la sua eredità è immortale. Vive in ogni italiano che ama la libertà, in ogni giovane che si impegna per il bene comune, in ogni cittadino che mette la patria prima dell’interesse personale.

Vive in questa storia che oggi viene raccontata, in queste parole che cercano di onorare la sua memoria.

Vive soprattutto nell’Italia di oggi: libera, democratica, prospera. Un’Italia che lui non vide mai, ma che esiste anche grazie al suo sacrificio.

E questo è il più bel monumento che si possa erigere alla sua memoria: un paese libero dove i giovani possono sognare e realizzare i loro sogni.

Gino Contardi, il ragazzo di Maleo che sognava di diventare un eroe, ci è riuscito. È diventato immortale.

Grazie, Gino. Per quello che hai fatto, per quello che hai dato, per quello che hai reso possibile.

La patria non ti dimentica. E noi non ti dimenticheremo mai.

“Viva l’Italia.” 

Ultime parole romanzate di Gino Contardi
30 ottobre 1918

Sì, romanzate perché se anche in punto di morte avesse detto “mamma, non voglio morire!”, terrorizzato e agonizzante, nulla cambierebbe rispetto a ciò che ha fatto Gino e come lui tutti i giovani che morendo ci hanno regalato l’Italia che abbiamo e che spesso non ci meritiamo!

Ecco, cari lettori, questa era la storia di Gino Contardi. Una storia che sembra vera e che parla di un ragazzo vero, che visse e morì per qualcosa in cui credeva.

In realtà di Gino io non so assolutamente nulla se non quello che è scritto sulla sua fotografia, ovvero: “Contardi Gino di Battista, nato a Maleo (Milano), della classe 1899; soldato nel 28° Reparto d’Assalto, morto in combattimento il 30 ottobre 1918 nella zona di Romano di Piave.”

Mi sono permesso numerose invenzioni e ho anche creato personaggi di fantasia grazie alla mia AI ma l’ho fatto unicamente perché la fotografia di Gino, a cui tanto teneva il mio caro nonno, da pochi giorni è qui davanti a me nel mio studio e mi emoziona ogni volta che la guardo. Per la famiglia, per la sua giovinezza, per il suo sacrificio, per il senso di patria che mi regala e perché mi rende fiero di essere un Contardi, un uomo e un italiano!

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