Immaginate di entrare in un locale e chiedere una canzone al jukebox. Inserite la moneta, premete un tasto e la musica parte. Se non vi piace, cambiate traccia. Semplice, immediato, a bassissimo attrito. Ora immaginate di dover organizzare un concerto dal vivo. Non vi basta chiedere una canzone: dovete delegare a un tecnico del suono il montaggio del palco, il cablaggio dei monitor, il bilanciamento del mixer e le prove audio.
Nel mondo dello sviluppo software assistito dall’intelligenza artificiale, stiamo vivendo esattamente questo passaggio. Da una parte c’è chi continua a inserire monete nel jukebox, dall’altra chi sta cercando di capire come gestire i tecnici del suono. Benvenuti nel confine, spesso confuso, tra vibe coding e agentic coding.
Il Jukebox: l’era del Vibe Coding
Il termine «vibe coding» ha iniziato a circolare prepotentemente all’inizio del 2025, cristallizzato da un post di Andrej Karpathy che descriveva un nuovo modo di programmare: abbandonarsi al flusso conversazionale con l’AI fino a «dimenticare che il codice esiste».
Nel vibe coding, l’utente descrive un obiettivo o un’interfaccia in linguaggio naturale e il sistema genera il codice. Il ruolo umano si sposta dalla scrittura riga per riga alla guida, al test rapido e alla correzione a posteriori. È un approccio fantastico per la discovery, per creare prototipi veloci, MVP o piccoli tool interni.
Epperò, come abbiamo già visto in passato con l’esplosione dei cosiddetti «promptisti», c’è un rischio: confondere l’interfaccia con l’infrastruttura. Uno studio empirico recente ha osservato pratiche più ibride della caricatura «accetta tutto e spera»: la competenza di programmazione non scompare, ma si redistribuisce verso gestione del contesto, valutazione rapida e scelta del momento in cui tornare a intervenire direttamente sul codice. Se non sai cosa stai ascoltando, il jukebox prima o poi suonerà una nota stonata e tu non saprai quale circuito interrompere.
Il Tecnico del Suono: l’Agentic Coding
Se il vibe coding è il jukebox, l’agentic coding è il tecnico del suono. Non stiamo più parlando soltanto di generare uno snippet da un prompt: stiamo delegando a un agente l’esecuzione di un workflow di ingegneria composto da più passi.
Un agente non si limita a rispondere. Pianifica, legge il contesto del repository, sceglie strumenti, modifica file, esegue test e riadatta il piano quando incontra un errore. GitHub, per esempio, descrive il proprio cloud agent come capace di ricercare nel repository, preparare un piano, correggere bug e lavorare su un branch; l’umano può poi esaminare il diff, chiedere iterazioni e decidere se aprire la pull request.
In questo paradigma lo sviluppatore resta responsabile di obiettivi, policy, guardrail e approvazione finale, mentre delega una parte maggiore dell’esecuzione. È un approccio adatto a codebase non banali, dove il problema non è scrivere una funzione isolata ma coordinare modifiche coerenti su più file.
L’illusione della magia e la realtà del controllo
Qui casca l’asino. Molti pensano che l’agentic coding sia semplicemente «vibe coding più potente». Che basti chiedere all’agente di «sistemare il backend» e andare a bersi un caffè. Ah no! Questa è l’illusione della magia, e in ambito aziendale la magia non esiste. Esistono i permessi, esistono i log, esiste la compliance.
Più autonomia concediamo alla macchina, più rigoroso deve essere il disegno dei confini in cui opera. Un agente che può modificare file ed eseguire comandi shell amplia la superficie di rischio se non è governato. Anthropic, per esempio, sostiene che un sandbox efficace per un coding agent debba isolare sia il filesystem, per limitare l’accesso ai file, sia la rete, per contenere connessioni ed esfiltrazioni. I permessi devono essere imposti dal runtime: non basta suggerirli nel prompt.
L’agentic coding richiede un’infrastruttura di controllo matura. Se lasci il tecnico del suono da solo sul palco senza avergli dato una scaletta e senza aver limitato i volumi massimi del mixer, rischi di far saltare l’impianto.
Non spegnete quel palco
Sia chiaro: non sto dicendo che il vibe coding sia inutile. Anzi, per la prototipazione rapida e per avvicinare nuovi utenti alla logica del software può essere uno strumento formidabile. Riduce l’attrito iniziale e rende visibile un’idea prima che la sua architettura sia definitiva.
Ma per i team tecnici e per le aziende che gestiscono proprietà intellettuale o dati sensibili, i due approcci occupano punti diversi del ciclo di vita del software. Vibe coding per esplorare. Agentic coding per consolidare, manutenere e automatizzare dentro un perimetro osservabile.
Il dato è proprietà, non una commodity. L’AI, che sia un generatore conversazionale o un agente esecutivo, è uno strumento che deve restare sotto il nostro controllo.
Non spegnete il palco, non rinunciate all’innovazione. Ma assicuratevi di avere sempre le mani ben salde sui cursori del mixer.
Fonti e approfondimenti
- Andrej Karpathy, post sull’origine del vibe coding, 2 febbraio 2025.
- Advait Sarkar e Ian Drosos, “Vibe coding: programming through conversation with artificial intelligence”.
- Google Cloud, “What is agentic coding”.
- OpenAI Developers, “Codex Prompting Guide”.
- GitHub Docs, “About GitHub Copilot cloud agent”.
- Anthropic Engineering, “Beyond permission prompts: making Claude Code more secure and autonomous”.
- Claude Code Docs, “Configure permissions”.