Ovvero: Come Abbiamo Buttato Via il Nostro Steve Jobs Mentre Eravamo Impegnati a Guardare la TV
Ma voi lo sapete chi era Angelo dalle Molle? No, eh? E meno male che siete qui a leggere questo blog, perché altrimenti sareste rimasti nella vostra beata ignoranza digitale a pensare che l’innovazione italiana si fermi alla moka del caffè e al parmigiano reggiano. Preparatevi a scoprire la storia di un uomo che ha anticipato il futuro di mezzo secolo mentre l’Italia era ancora impegnata a discutere se la televisione fosse il demonio o la salvezza dell’umanità.
Angelo dalle Molle. Nato a Mestre nel 1908, morto nel 2001. Novantatre anni di vita, di cui almeno settanta passati a essere troppo avanti per il suo tempo e troppo visionario per il suo paese. Un paese che, come al solito, ha preferito guardare altrove mentre aveva in casa un genio che stava letteralmente inventando il futuro.
Ma andiamo con ordine, perché questa storia è talmente assurda che sembra scritta da un autore di fantascienza con un pessimo senso dell’umorismo e una conoscenza approfondita della burocrazia italiana.
Il Cynar e l’Arte di Vendere il Futuro agli Italiani
Iniziamo dal Cynar. Sì, quell’amaro che bevevano i vostri nonni “contro il logorio della vita moderna” con Ernesto Calindri che sorrideva in televisione. Ecco, quello non era solo un amaro. Era il primo esperimento di marketing moderno in Italia, realizzato da un uomo che aveva capito una cosa fondamentale: per vendere un prodotto non basta che sia buono, devi raccontare una storia che la gente voglia vivere.
Dalle Molle non si è limitato a mescolare carciofi e alcol. Ha inventato un concetto, ha creato un brand, ha fatto pubblicità quando in Italia la pubblicità era ancora quella cosa che facevano gli americani nei film. Ha investito il 15% del fatturato in promozione quando i suoi colleghi imprenditori pensavano che bastasse mettere il prodotto in vetrina e aspettare che la gente lo comprasse per magia.
Ma la cosa più incredibile? Ha fatto tutto questo negli anni ’50, quando l’Italia stava ancora leccandosi le ferite della guerra e sognava il boom economico. Mentre gli altri imprenditori italiani erano impegnati a ricostruire quello che c’era prima, Dalle Molle stava già costruendo quello che sarebbe venuto dopo.
E qui arriviamo al primo confronto inevitabile: Adriano Olivetti. Due visionari, due geni, due uomini che hanno capito che la tecnologia deve essere al servizio dell’essere umano e non viceversa. Ma con una differenza fondamentale: Olivetti ha avuto la fortuna di lavorare in un settore che il mondo stava iniziando a capire, Dalle Molle ha avuto la sfortuna di essere troppo avanti anche per quello.
Perché mentre Olivetti inventava macchine da scrivere e computer che il mondo era pronto ad accettare, Dalle Molle stava già pensando a cose che sarebbero diventate realtà solo cinquant’anni dopo. E l’Italia, si sa, con il futuro ha sempre avuto un rapporto complicato. Preferisce il passato, è più sicuro, più familiare, meno spaventoso.
L’Auto Elettrica Quando Tesla Era Ancora un Fisico Morto
Ma il vero colpo di genio di Dalle Molle arriva negli anni ’70. Mentre l’Italia era impegnata negli anni di piombo, nelle crisi petrolifere e nel tentativo disperato di capire cosa stesse succedendo al mondo, questo pazzo visionario si chiude nella sua villa palladiana a Noventa Padovana e inizia a costruire auto elettriche.
Auto elettriche. Nel 1973. Quando Elon Musk non era ancora nato e Tesla era solo il nome di un fisico serbo che aveva inventato la corrente alternata.
Dalle Molle non si è limitato a costruire qualche prototipo per fare bella figura. Ha omologato otto autovetture, ne ha prodotte duecento, ha progettato una rete di stazioni di ricarica e di car sharing che avrebbe fatto impallidire qualsiasi startup californiana di oggi. Ha pensato a tutto: l’infrastruttura, la logistica, il modello di business, l’impatto ambientale.
E sapete cosa è successo? L’Italia ha detto no. Non con una decisione ufficiale, ovviamente. Sarebbe stato troppo semplice, troppo onesto. No, l’Italia ha fatto quello che sa fare meglio: ha creato ostacoli burocratici, ha moltiplicato i pretesti, ha fatto finta di essere interessata mentre preparava il colpo di grazia.
Le amministrazioni hanno frenato, i pretesti per non procedere si sono moltiplicati come i funghi dopo la pioggia, e a metà degli anni ’80 Dalle Molle è stato costretto ad abbandonare l’idea del trasporto elettrico a noleggio. In Italia, ovviamente. Perché a Bruxelles il progetto ha funzionato benissimo, collegando due sedi universitarie per anni.
Ma questa è l’Italia, bellezza. Il paese che ha inventato il Rinascimento e poi ha passato i secoli successivi a spiegare al mondo perché le cose nuove non funzionano.
L’Intelligenza Artificiale Quando ChatGPT Era Fantascienza
E qui arriviamo al pezzo forte, alla parte della storia che dovrebbe far vergognare chiunque abbia mai pronunciato la frase “in Italia non si fa innovazione”. Perché mentre l’Italia degli anni ’80 era impegnata a scoprire i computer e a chiedersi se fossero una moda passeggera, Angelo dalle Molle stava finanziando la ricerca sull’intelligenza artificiale.
Intelligenza artificiale. Negli anni ’80. Quando la maggior parte degli italiani pensava che “computer” fosse una parolaccia inglese e “internet” il nome di una malattia contagiosa.
Dalle Molle ha creato tre istituti di ricerca in Svizzera – perché ovviamente in Italia non c’era spazio per queste follie – dedicati allo studio dell’intelligenza artificiale, delle reti neurali, del machine learning, della traduzione automatica. Roba che oggi fa funzionare ChatGPT, Google Translate, Siri, Alexa e tutto quello che usiamo quotidianamente senza nemmeno rendercene conto.
Nel 1997, quando in Italia stavamo ancora discutendo se Internet fosse una cosa seria o l’ennesima americanata, Business Week ha inserito l’IDSIA di Lugano – l’istituto finanziato da Dalle Molle – tra i cinque centri di ricerca sull’intelligenza artificiale più influenti al mondo. Insieme al MIT di Boston, a Stanford, a Berkeley. L’unica realtà non americana in quella lista.
E sapete chi ha riconosciuto pubblicamente l’importanza delle ricerche finanziate da Dalle Molle? Ilya Sutskever, cofondatore di OpenAI, l’azienda che ha creato ChatGPT. Nel 2014 ha scritto un paper accademico in cui dimostrava l’importanza delle reti LSTM sviluppate all’IDSIA per i sistemi di traduzione automatica.
Quindi, ricapitolando: un imprenditore italiano ha finanziato le ricerche che hanno reso possibile ChatGPT, quarant’anni prima che ChatGPT esistesse. E l’Italia? L’Italia era impegnata a guardare “Non è la Rai” e a discutere se i telefoni cellulari causassero il cancro.
Il Confronto con Bachelard: Quando la Filosofia Incontra la Realtà
Ma per capire davvero la grandezza di Angelo dalle Molle bisogna confrontarlo con Gaston Bachelard, il filosofo francese che ha rivoluzionato il modo di pensare la scienza e la tecnologia. Bachelard ha teorizzato che la scienza non è neutra, che è “fenomenotecnica”, che crea i suoi oggetti invece di limitarsi a scoprirli. Ha parlato di “rotture epistemologiche”, di “ostacoli epistemologici”, di “nuovo spirito scientifico”.
Dalle Molle ha fatto tutto questo, ma senza scrivere libri di filosofia. L’ha fatto costruendo auto elettriche, finanziando ricerche sull’intelligenza artificiale, inventando il marketing moderno. Ha vissuto quello che Bachelard ha teorizzato: che il progresso scientifico non è lineare, che bisogna “pensare contro il cervello”, che bisogna superare gli automatismi mentali per innovare davvero.
Entrambi hanno capito una cosa fondamentale: la tecnologia non è neutra, non è inevitabile, non è indipendente dall’essere umano. È una costruzione sociale, culturale, politica. E per questo può essere orientata verso il bene dell’umanità invece che verso la sua “macchinizzazione”.
Ma c’è una differenza cruciale: Bachelard ha influenzato generazioni di filosofi e scienziati francesi, Dalle Molle è stato dimenticato dal suo stesso paese. Bachelard è studiato nelle università di tutto il mondo, Dalle Molle è conosciuto solo come “quello del Cynar”.
E questo la dice lunga sull’Italia e sul suo rapporto con l’innovazione, con il futuro, con i suoi stessi geni.
L’Italia che Non Si Merita i Suoi Visionari
Perché questa è la verità che fa male: l’Italia non si merita i suoi visionari. Non se li è mai meritati. Ha avuto Leonardo da Vinci e l’ha lasciato morire in Francia. Ha avuto Galileo e l’ha processato. Ha avuto Marconi e l’ha costretto a emigrare in Inghilterra per sviluppare la radio. Ha avuto Fermi e l’ha visto partire per l’America. Ha avuto Olivetti e l’ha ostacolato in ogni modo possibile. Ha avuto Dalle Molle e l’ha ignorato.
E oggi? Oggi abbiamo Elon Musk che reinventa l’auto elettrica e tutti a dire “che genio”, mentre Angelo dalle Molle l’aveva già fatto cinquant’anni fa. Abbiamo Sam Altman che presenta ChatGPT e tutti a stupirsi dell’intelligenza artificiale, mentre Dalle Molle finanziava quelle ricerche quando i computer occupavano intere stanze.
Ma la cosa più tragica è che continuiamo a non capire. Continuiamo a pensare che l’innovazione sia una cosa che succede altrove, che i geni nascano solo in Silicon Valley, che l’Italia sia condannata a essere il museo del mondo invece che il laboratorio del futuro.
E intanto perdiamo tempo a discutere di influencer, di reality show, di gossip televisivo. Mentre i nostri giovani più brillanti emigrano, mentre le nostre startup più promettenti vengono comprate da aziende straniere, mentre i nostri ricercatori più talentuosi trovano lavoro all’estero.
La Lezione che Non Abbiamo Imparato
Angelo dalle Molle ci ha lasciato una lezione che non abbiamo ancora imparato: il futuro non si aspetta, si costruisce. Non si subisce, si progetta. Non si importa, si inventa.
Lui l’aveva capito negli anni ’50, quando ha inventato il marketing moderno con il Cynar. L’aveva capito negli anni ’70, quando ha costruito auto elettriche mentre il mondo bruciava petrolio. L’aveva capito negli anni ’80, quando ha finanziato la ricerca sull’intelligenza artificiale mentre l’Italia scopriva i computer.
Ma noi? Noi continuiamo a non capire. Continuiamo a pensare che l’innovazione sia una questione di soldi, di tecnologia, di infrastrutture. Non capiamo che è una questione di mentalità, di coraggio, di visione.
Dalle Molle aveva tutto questo. Aveva la mentalità per pensare l’impossibile, il coraggio per realizzarlo, la visione per anticipare il futuro. E aveva anche i soldi, che non guasta mai. Ma soprattutto aveva una cosa che in Italia scarseggia: la convinzione che il progresso scientifico e tecnologico debba essere al servizio dell’essere umano, non viceversa.
“Il progresso scientifico non deve asservire l’essere umano, ma al contrario essere al suo servizio”, ha scritto. Una frase che dovrebbe essere scolpita all’ingresso di ogni università, di ogni centro di ricerca, di ogni azienda tecnologica italiana.
Invece è finita nel dimenticatoio, insieme al suo autore.
Il Futuro che Potevamo Avere
Immaginate per un momento come sarebbe l’Italia oggi se avessimo ascoltato Angelo dalle Molle. Se negli anni ’70 avessimo investito sulla mobilità elettrica invece che continuare a dipendere dal petrolio. Se negli anni ’80 avessimo finanziato la ricerca sull’intelligenza artificiale invece che guardare dall’esterno la rivoluzione informatica.
Oggi avremmo un’industria automobilistica all’avanguardia nella mobilità sostenibile. Avremmo centri di ricerca sull’IA che farebbero concorrenza a quelli americani e cinesi. Avremmo startup innovative che non avrebbero bisogno di emigrare per trovare investitori e mercati.
Invece abbiamo Stellantis che chiude fabbriche, università che perdono finanziamenti, giovani che emigrano. Abbiamo un paese che guarda il futuro con nostalgia invece che con ambizione.
E continuiamo a non capire che il problema non sono i soldi, non sono le infrastrutture, non è la burocrazia. Il problema è che non crediamo nel futuro. Non crediamo che sia possibile cambiare le cose. Non crediamo che l’Italia possa essere altro da quello che è sempre stata.
Angelo dalle Molle ci credeva. E per questo è stato ignorato, ostacolato, dimenticato. Perché in Italia chi crede nel futuro è sempre un po’ sospetto, un po’ pericoloso, un po’ pazzo.
Ma forse è arrivato il momento di essere un po’ pazzi anche noi. Forse è arrivato il momento di smettere di guardare il passato con nostalgia e iniziare a guardare il futuro con ambizione. Forse è arrivato il momento di ricordare Angelo dalle Molle non solo come l’inventore del Cynar, ma come l’uomo che ha dimostrato che il futuro si può inventare, se si ha il coraggio di farlo.
Anche in Italia. Soprattutto in Italia.
La Sindrome del “Non Inventato Qui” all’Italiana
Ma c’è un altro aspetto della storia di Angelo dalle Molle che merita di essere raccontato, perché è emblematico di un male tutto italiano: la sindrome del “non inventato qui”. O meglio, la sua versione nostrana: “inventato qui ma non capito qui”.
Perché vedete, Dalle Molle non era un outsider, non era un immigrato, non era uno straniero che arrivava con idee esotiche. Era italiano, veneto, figlio di imprenditori, cresciuto nel tessuto produttivo del Nordest. Avrebbe dovuto essere l’orgoglio nazionale, l’esempio da seguire, il modello da imitare.
Invece è diventato l’esempio perfetto di come l’Italia tratti i suoi innovatori: con sospetto prima, con indifferenza poi, con rimozione infine.
E non è un caso che i suoi progetti più visionari li abbia realizzati in Svizzera. Non perché la Svizzera fosse più ricca – l’Italia del boom economico non scherzava in quanto a ricchezza. Non perché la Svizzera fosse più tecnologicamente avanzata – l’Olivetti di Adriano era leader mondiale nel settore informatico. Ma perché la Svizzera aveva una cosa che l’Italia non ha mai avuto: la capacità di riconoscere il valore dell’innovazione anche quando non la capisce completamente.
In Svizzera, quando Dalle Molle ha proposto di creare istituti di ricerca sull’intelligenza artificiale, hanno detto: “Non capiamo bene di cosa si tratti, ma se lei ci crede e ha i mezzi per farlo, prego, si accomodi”. In Italia avrebbero detto: “Ma chi glielo fa fare? Ma è sicuro che serva? Ma non è che è una perdita di tempo? Ma non è meglio investire in cose più concrete?”
E così l’IDSIA è nato a Lugano, l’ISCO a Ginevra, l’IDIAP a Martigny. Tre istituti che hanno contribuito a rendere possibile la rivoluzione dell’intelligenza artificiale che stiamo vivendo oggi. Tre istituti che avrebbero potuto nascere a Milano, a Torino, a Padova.
Ma no, erano troppo avanti, troppo rischiosi, troppo diversi da quello che si faceva di solito. E l’Italia, si sa, con il “diverso” ha sempre avuto problemi.
Il Paradosso Olivetti-Dalle Molle: Due Geni, Due Destini
Il confronto tra Angelo dalle Molle e Adriano Olivetti è illuminante non solo per quello che li accomuna, ma soprattutto per quello che li differenzia. Entrambi visionari, entrambi umanisti, entrambi convinti che la tecnologia debba essere al servizio dell’essere umano. Ma con destini completamente diversi.
Olivetti è diventato un’icona, un simbolo, un mito. Gli hanno dedicato libri, film, documentari, convegni. È studiato nelle business school, citato nei saggi di management, celebrato come esempio di imprenditoria illuminata. E giustamente, sia chiaro. Olivetti se lo merita tutto.
Dalle Molle è rimasto nell’ombra, conosciuto solo come “quello del Cynar”, ricordato più per le sue pubblicità televisive che per le sue intuizioni tecnologiche. Fino a poco tempo fa, quando qualche podcast RAI e qualche articolo di giornale hanno iniziato a riscoprire la sua figura.
Ma perché questa differenza? Perché Olivetti è diventato un’icona e Dalle Molle è rimasto nell’ombra?
La risposta è semplice e deprimente allo stesso tempo: perché Olivetti lavorava in un settore che il mondo stava iniziando a capire, mentre Dalle Molle lavorava in settori che il mondo non era ancora pronto a capire.
Le macchine da scrivere, i computer, l’informatica: erano innovazioni che si potevano toccare, vedere, usare immediatamente. L’intelligenza artificiale, la mobilità elettrica, il car sharing: erano innovazioni che richiedevano un salto concettuale, una visione del futuro, una capacità di immaginare un mondo diverso.
E l’Italia, si sa, con l’immaginazione ha sempre avuto un rapporto complicato. Preferisce la concretezza, la tangibilità, la certezza. L’immaginazione è roba da artisti, da sognatori, da gente poco seria.
Ma c’è anche un altro aspetto: Olivetti ha avuto la fortuna di morire nel 1960, all’apice del suo successo, prima che le sue idee più visionarie potessero essere messe alla prova della realtà. È diventato un mito anche perché non ha fatto in tempo a deludere, a sbagliare, a fallire.
Dalle Molle ha vissuto fino al 2001, ha visto i suoi progetti essere ostacolati, le sue idee essere ignorate, le sue intuizioni essere confermate solo decenni dopo. Ha avuto il tempo di essere dimenticato in vita, di vedere altri realizzare quello che lui aveva immaginato per primo.
E questo, in un paese che ama i miti più della realtà, ha fatto tutta la differenza del mondo.
La Lezione di Bachelard che l’Italia Non Ha Mai Imparato
Ma torniamo a Gaston Bachelard, perché il confronto con il filosofo francese ci aiuta a capire non solo la grandezza di Dalle Molle, ma anche i limiti dell’Italia nel rapporto con l’innovazione.
Bachelard ha teorizzato che il progresso scientifico avviene attraverso “rotture epistemologiche”, momenti in cui si abbandona il vecchio modo di pensare per abbracciarne uno nuovo. Ha parlato di “ostacoli epistemologici”, pregiudizi e abitudini mentali che impediscono di vedere la realtà in modo nuovo.
Dalle Molle ha vissuto queste rotture epistemologiche sulla propria pelle. Ha abbandonato il vecchio modo di fare marketing per inventarne uno nuovo con il Cynar. Ha abbandonato il vecchio modo di pensare la mobilità per immaginare auto elettriche e car sharing. Ha abbandonato il vecchio modo di concepire la ricerca per finanziare studi sull’intelligenza artificiale.
Ma l’Italia? L’Italia è sempre stata allergica alle rotture epistemologiche. Ha sempre preferito l’evoluzione alla rivoluzione, il miglioramento al cambiamento, l’aggiustamento alla trasformazione.
E così, quando Dalle Molle proponeva di rompere con il passato per costruire il futuro, l’Italia rispondeva: “Ma perché cambiare? Ma non si stava bene come prima? Ma non è meglio andare per gradi?”
Bachelard avrebbe riconosciuto in queste domande i classici “ostacoli epistemologici”: la paura del nuovo, l’attaccamento al conosciuto, la resistenza al cambiamento. Ostacoli che impediscono di vedere le opportunità, di cogliere le innovazioni, di anticipare il futuro.
E il risultato? L’Italia ha perso treni su treni: il treno della mobilità elettrica, il treno dell’intelligenza artificiale, il treno dell’economia digitale. E ogni volta che perde un treno, si consola dicendo che tanto il prossimo sarà migliore.
Ma i treni del futuro non aspettano chi è rimasto alla stazione del passato.
L’Eredità Nascosta: Come Dalle Molle Ha Cambiato il Mondo Senza che Ce Ne Accorgessimo
Ma forse è arrivato il momento di smettere di piangersi addosso e iniziare a riconoscere quello che Angelo dalle Molle ha davvero fatto per il mondo. Perché, anche se l’Italia l’ha ignorato, il mondo no.
Ogni volta che usate Google Translate, state usando tecnologie sviluppate grazie alle ricerche finanziate da Dalle Molle. Ogni volta che parlate con Siri o Alexa, state interagendo con sistemi che derivano dalle reti neurali studiate nei suoi istituti. Ogni volta che ChatGPT vi risponde, sta usando algoritmi che hanno le loro radici nelle ricerche che lui ha reso possibili.
E non è solo una questione di tecnologia. È una questione di visione, di approccio, di filosofia.
Dalle Molle ha dimostrato che l’innovazione non è solo una questione di scoperte scientifiche o di invenzioni tecnologiche. È una questione di immaginazione, di coraggio, di capacità di vedere oltre l’orizzonte del presente.
Ha dimostrato che l’imprenditore del futuro non è solo quello che sa fare business, ma quello che sa immaginare un mondo diverso e ha il coraggio di costruirlo.
Ha dimostrato che la ricerca non è solo una questione accademica, ma una questione sociale, politica, umana. Perché la ricerca che finanzi oggi determina il mondo in cui vivrai domani.
E soprattutto ha dimostrato che l’Italia può essere protagonista del futuro, se solo smette di avere paura di essere diversa da quello che è sempre stata.
Il Cynar come Metafora dell’Italia che Potrebbe Essere
Ma torniamo al Cynar, perché in fondo tutto è iniziato da lì. Un amaro fatto con i carciofi, una pubblicità con Ernesto Calindri, uno slogan che è entrato nella storia: “contro il logorio della vita moderna”.
Sembra una cosa da poco, vista così. Un prodotto di consumo, una campagna pubblicitaria, un successo commerciale. Ma se ci pensate bene, il Cynar è la metafora perfetta dell’Italia che potrebbe essere.
Un prodotto che nasce da un’idea semplice ma geniale: prendere un vegetale che tutti conoscono ma nessuno pensa di usare per fare un liquore, e trasformarlo in qualcosa di nuovo, di diverso, di desiderabile.
Una campagna pubblicitaria che non si limita a vendere un prodotto, ma vende un’idea, un concetto, uno stile di vita. Che non dice “comprate questo amaro”, ma dice “questo amaro vi aiuterà a vivere meglio”.
Un successo che non si basa sulla tradizione o sulla nostalgia, ma sull’innovazione e sulla visione del futuro.
Ecco, questa è l’Italia che Angelo dalle Molle aveva immaginato. Un’Italia capace di prendere quello che ha – la creatività, l’ingegno, la capacità di fare bello quello che tocca – e trasformarlo in innovazione, in progresso, in futuro.
Un’Italia che non si accontenta di essere il museo del mondo, ma vuole essere il laboratorio del mondo. Che non si limita a conservare il passato, ma ha il coraggio di inventare il futuro.
Un’Italia che sa che “contro il logorio della vita moderna” non serve la nostalgia, ma serve l’innovazione. Non serve guardare indietro, ma serve guardare avanti.
La Provocazione Finale: E Se Dalle Molle Avesse Ragione?
E allora, cari lettori che siete arrivati fin qui (e vi ringrazio per la pazienza), lasciatemi fare una provocazione finale. Una di quelle provocazioni che fanno arrabbiare, che fanno discutere, che fanno pensare.
E se Angelo dalle Molle avesse ragione? E se il futuro che lui aveva immaginato fosse davvero quello giusto? E se l’Italia che lui aveva sognato fosse davvero possibile?
E se, invece di continuare a lamentarci di quello che non abbiamo, iniziassimo a costruire quello che potremmo avere?
E se, invece di continuare a dire “in Italia non si può fare”, iniziassimo a dire “in Italia si deve fare”?
E se, invece di continuare a guardare con invidia quello che fanno gli altri, iniziassimo a fare quello che sappiamo fare meglio di tutti?
Perché vedete, la storia di Angelo dalle Molle non è solo la storia di un genio incompreso. È la storia di un paese che ha tutte le carte in regola per essere protagonista del futuro, ma che continua a giocare con le regole del passato.
È la storia di un paese che ha la creatività per immaginare il mondo di domani, ma non ha il coraggio di costruirlo.
È la storia di un paese che ha i talenti per competere con chiunque, ma che preferisce farli emigrare piuttosto che dargli le opportunità che meritano.
È la storia di un paese che potrebbe essere il laboratorio del futuro, ma che preferisce rimanere il museo del passato.
Ma forse, proprio forse, è arrivato il momento di cambiare questa storia. Di smettere di essere spettatori del futuro e iniziare a essere protagonisti. Di smettere di subire l’innovazione e iniziare a crearla.
Di ricordare Angelo dalle Molle non solo come l’inventore del Cynar, ma come l’uomo che ci ha mostrato che il futuro si può inventare.
Anche in Italia. Soprattutto in Italia.
“Non vedo nulla di più meraviglioso dell’uomo.”
— Angelo Dalle Molle
— Angelo Dalle Molle
E voi, siete ancora convinti che la tecnologia sia solo una questione di algoritmi? Perché contro il logorio della vita moderna, la cura migliore è ancora l’innovazione.
Nota dell’autore: Questo articolo è dedicato a tutti quelli che credono che l’Italia possa essere altro da quello che è. E a tutti quelli che, come Angelo dalle Molle, hanno il coraggio di immaginare un futuro diverso e la determinazione per costruirlo.
Anche se tutti gli altri pensano che siano pazzi.
Soprattutto se tutti gli altri pensano che siano pazzi.