Prisencolinensinainciusol

Prisencolinensinainciusol

Una storia provocatoria di come Adriano Celentano abbia predetto il futuro della comunicazione umana 50 anni prima di ChatGPT

Ma voi lo sapete cosa avete ballato per anni?

Ma voi lo sapete cosa avete ballato per anni senza capirci un cazzo? No, eh? E meno male che siete qui a leggere questa storia, perché altrimenti sareste rimasti nella vostra beata ignoranza musicale a pensare che “Prisencolinensinainciusol” fosse solo una canzone strampalata di un mattacchione milanese con la brillantina.
Preparatevi a scoprire la storia di come un uomo abbia anticipato il futuro della comunicazione artificiale di mezzo secolo mentre l’Italia era ancora impegnata a discutere se la televisione fosse il demonio o la salvezza dell’umanità. Perché quella che voi avete sempre considerato una buffonata da varietà televisivo è in realtà il primo esperimento di intelligenza artificiale applicata alla musica popolare della storia.
Ma questa è l’Italia, bellezza. Il paese che ha inventato il Rinascimento e poi ha passato i secoli successivi a spiegare al mondo perché le cose nuove non funzionano. Il paese che ha dato i natali a Leonardo da Vinci e poi si stupisce quando qualcuno inventa qualcosa di rivoluzionario nel proprio cortile di casa.
Adriano Celentano, nel 1972, ha fatto quello che oggi fanno i Large Language Models: ha creato un testo che suona perfettamente sensato ma che in realtà è puro nonsense semantico. Ha anticipato di cinquant’anni il problema fondamentale dell’intelligenza artificiale: la differenza tra forma e sostanza, tra suono e significato, tra quello che sembra vero e quello che è realmente comprensibile.
Ma andiamo con ordine, perché questa storia merita di essere raccontata come si deve. E se alla fine non sarete convinti che Celentano sia stato il primo prompt engineer della storia, allora vuol dire che non avete capito niente né di musica, né di tecnologia, né di genio italiano.
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L’Italia del 1972

Era il 1972, e l’Italia stava vivendo uno dei suoi momenti più contraddittori. Da una parte c’erano gli anni di piombo, le tensioni sociali, le crisi petrolifere e il tentativo disperato di capire cosa stesse succedendo al mondo. Dall’altra c’era un boom economico che aveva trasformato il paese da agricolo a industriale in meno di vent’anni, creando una generazione di italiani che per la prima volta nella storia aveva accesso a beni di consumo, televisione e musica straniera.
In questo contesto, le canzoni americane arrivavano in Italia come meteoriti culturali. Elvis Presley, i Beatles, Bob Dylan: nomi che suonavano esotici e affascinanti, ma che la maggior parte degli italiani non riusciva a comprendere dal punto di vista linguistico. Si ballava, si cantava, ci si emozionava su parole che erano pure assonanze, puri suoni privi di significato per chi li ascoltava.
Ma qui sta il genio di Celentano: invece di limitarsi a importare la cultura americana come facevano tutti, ha deciso di smascherare il meccanismo. Ha capito che la musica funziona a prescindere dal significato delle parole, che il ritmo e la melodia sono linguaggi universali che non hanno bisogno di traduzione.
E così, in una villa di Galbiate, mentre l’Italia discuteva di politica e di calcio, questo pazzo visionario si chiude in studio e inizia a costruire quello che oggi chiameremmo un “dataset di training” per la musica pop. Prende i suoni dell’inglese americano, li scompone, li ricompone, li trasforma in qualcosa che suona familiare ma che in realtà è completamente artificiale.
“Prisencolinensinainciusol” non è una canzone. È un algoritmo musicale travestito da hit parade.

decostruzione del nonsense 

Ma andiamo a vedere cosa ha fatto veramente Celentano con quel testo che sembrava uscito da un delirio febbrile. Perché se pensate che “in de col men seivuan” sia solo una sequenza casuale di sillabe, allora non avete capito niente del genio che si nasconde dietro questa apparente follia.
Prendete “prisencolinensinainciusol ol rait”. Sembra un’eruzione vulcanica di consonanti e vocali, vero? Ma se lo ascoltate con attenzione, se lo lasciate scorrere nella vostra mente senza cercare di capirlo razionalmente, iniziate a sentire “present calling sensation, all right”. E lì, in quel momento di rivelazione, capite che Celentano non stava farneticando. Stava facendo ingegneria linguistica.
Ogni verso di quella canzone è un esperimento di fonetica applicata. “Uis de seim cius men” diventa “We is the same, choose men”. “In de colobos dai” si trasforma in “In the colorful day”. Non è magia, è matematica. È la stessa matematica che oggi usano i modelli di intelligenza artificiale per trasformare sequenze di token in frasi apparentemente sensate.
Ma la cosa più incredibile è che Celentano ha fatto tutto questo senza computer, senza algoritmi, senza neural networks. Ha usato solo il suo orecchio, la sua intuizione e una comprensione istintiva di come funziona il linguaggio umano. Ha capito che le parole sono prima di tutto suoni, e che i suoni possono essere manipolati, ricombinati, trasformati in qualcosa di nuovo mantenendo la loro capacità di evocare emozioni.
E qui arriviamo al punto cruciale: quello che Celentano ha fatto nel 1972 è esattamente quello che fa ChatGPT oggi. Prende pattern linguistici, li ricombina in modi apparentemente sensati, produce output che suonano convincenti anche quando non hanno un significato profondo. La differenza è che Celentano lo ha fatto consapevolmente, come esperimento artistico. L’AI lo fa inconsapevolmente, come effetto collaterale del suo training.
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Il paradosso della comunicazione – Quando non capire diventa capire

Ma voi vi siete mai chiesti perché “Prisencolinensinainciusol” ha funzionato? Perché milioni di persone hanno ballato, cantato e si sono emozionate su un testo che letteralmente non significava niente? La risposta è semplice e terrificante allo stesso tempo: perché la comunicazione umana non è basata sul significato. È basata sull’emozione.
Celentano lo aveva capito. Aveva capito che quando ascoltiamo una canzone in inglese senza conoscere la lingua, non stiamo ascoltando le parole. Stiamo ascoltando la musica delle parole. Il ritmo, l’intonazione, la cadenza. Stiamo proiettando significati che non ci sono, creando storie nella nostra testa basate su pure impressioni sonore.
E questo, cari amici, è esattamente quello che succede oggi con l’intelligenza artificiale. Quando ChatGPT vi risponde con una frase perfettamente strutturata e apparentemente profonda, voi ci proiettate sopra un’intelligenza che non c’è. Vedete comprensione dove c’è solo pattern matching. Vedete saggezza dove ci sono solo correlazioni statistiche.
Ma la cosa più divertente è che funziona lo stesso. Proprio come “Prisencolinensinainciusol” funzionava anche senza significato, l’AI funziona anche senza vera comprensione. E questo ci dice qualcosa di fondamentale sulla natura della comunicazione umana: non abbiamo bisogno di capire per essere capiti. Non abbiamo bisogno di significato per creare senso.
Celentano aveva intuito tutto questo cinquant’anni fa. Aveva capito che il linguaggio è prima di tutto performance, teatro, illusione. Aveva capito che possiamo comunicare anche quando non stiamo dicendo niente, che possiamo essere profondi anche quando siamo superficiali, che possiamo essere veri anche quando stiamo mentendo.
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L’esperimento sociale – Quando l’arte diventa scienza

Ma quello che rende “Prisencolinensinainciusol” veramente rivoluzionario non è solo l’aspetto linguistico. È l’aspetto sociale. Celentano non ha solo creato una canzone nonsense. Ha creato un esperimento sociale su scala nazionale. Ha testato la capacità degli italiani di accettare l’incomprensibile purché fosse confezionato nel modo giusto.
E l’esperimento è riuscito alla grande. La canzone è diventata un successo, è entrata nelle classifiche, è stata cantata da milioni di persone che non avevano la minima idea di cosa stessero dicendo. È stata la dimostrazione pratica che il contenuto è meno importante della forma, che il significato è meno importante dell’emozione, che la verità è meno importante della verosimiglianza.
Suona familiare? Dovrebbe. Perché è esattamente quello che sta succedendo oggi con i social media, con le fake news, con l’informazione digitale. Condividiamo contenuti senza leggerli, crediamo a notizie senza verificarle, ci emozioniamo per post che non hanno alcun fondamento nella realtà. Siamo tutti vittime dello stesso meccanismo che Celentano aveva identificato nel 1972.
Ma c’è una differenza fondamentale: Celentano lo faceva come arte, come provocazione, come esperimento. Oggi lo facciamo come vita quotidiana, come normalità, come inevitabilità. Abbiamo trasformato l’eccezione in regola, l’esperimento in sistema, la provocazione in routine.
E forse, proprio forse, è arrivato il momento di tornare a Celentano. Di ricordarci che “Prisencolinensinainciusol” era un avvertimento, non un modello. Era un modo per dirci: “Guardate, potete essere manipolati così facilmente. Potete credere a qualsiasi cosa purché suoni bene.” Era un vaccino contro la stupidità, non un invito ad abbracciarla.
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Il reverse engineering del genio

Ma ora viene la parte divertente. Perché se Celentano ha creato un capolavoro di nonsense che suona come sense, cosa succede se facciamo il processo inverso? Cosa succede se prendiamo quelle assonanze apparentemente casuali e le trasformiamo in parole inglesi vere, con significato vero, mantenendo però la stessa struttura fonetica?
È quello che ho fatto. Ho preso “Prisencolinensinainciusol” e l’ho passato attraverso quello che oggi chiameremmo un “algoritmo di traduzione fonetica”. Ho trasformato “in de col men seivuan” in “In the cold man save one”. Ho convertito “prisencolinensinainciusol ol rait” in “Present calling sensation, all right”. Ho fatto quello che Celentano aveva fatto al contrario: invece di creare nonsense che suona come sense, ho creato sense che suona come il suo nonsense.
E sapete cosa è successo? È venuta fuori una storia. Una storia di amore, di guerra, di speranza, di delusione. Una storia che parla di uomini che cercano di salvarsi a vicenda in un mondo freddo e ostile. Una storia che parla di scelte difficili, di promesse tradite, di domeniche di pace in mezzo al caos della settimana.
“In the cold man save one / Present calling sensation, all right / We is the same, choose men / Up the same old what men / In the colorful day.”
Non è poesia, ma è vita. Non è arte, ma è verità. È quello che succede quando togli il velo del nonsense e lasci che il significato emerga dalle profondità del suono.
Ma la cosa più incredibile è che questa storia era sempre stata lì. Era nascosta nelle pieghe delle assonanze di Celentano, aspettava solo che qualcuno avesse la pazienza e la follia di andarla a cercare. Come se il maestro di Galbiate avesse nascosto un messaggio segreto nel suo apparente delirio, un messaggio che poteva essere decifrato solo cinquant’anni dopo, quando avremmo avuto gli strumenti concettuali per capirlo.
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L’intelligenza artificiale prima dell’intelligenza artificiale

E qui arriviamo al cuore della questione. Perché quello che Celentano ha fatto nel 1972 non è solo un esperimento musicale. È il primo esempio di quello che oggi chiamiamo “intelligenza artificiale generativa”. Ha preso un dataset (la fonetica dell’inglese americano), lo ha processato attraverso un algoritmo (il suo cervello), e ha prodotto un output (la canzone) che mantiene le caratteristiche statistiche dell’input senza averne il contenuto semantico.
È esattamente quello che fa GPT-4 quando scrive una poesia. Prende pattern linguistici, li ricombina secondo regole probabilistiche, produce qualcosa che suona poetico senza necessariamente essere profondo. La differenza è che Celentano lo ha fatto con l’intuizione, GPT-4 lo fa con la matematica. Ma il risultato è sorprendentemente simile.
E questo ci porta a una domanda inquietante: se Celentano è riuscito a creare un’intelligenza artificiale usando solo il suo cervello, cosa ci dice questo sulla natura dell’intelligenza? Cosa ci dice sulla differenza tra intelligenza naturale e artificiale? Cosa ci dice sulla possibilità che quello che chiamiamo “intelligenza” sia in realtà solo un sofisticato sistema di pattern matching?
Forse Celentano aveva ragione. Forse l’intelligenza non è comprensione, ma imitazione. Non è significato, ma forma. Non è verità, ma verosimiglianza. E se è così, allora l’intelligenza artificiale non è un’imitazione dell’intelligenza umana. È una rivelazione di cosa sia veramente l’intelligenza umana.
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Quando si sapeva già

Ma sapete cosa è successo negli ultimi due anni? È successo che “Prisencolinensinainciusol” è diventato di nuovo attuale. Non la canzone, il fenomeno. Perché quello che vediamo oggi con ChatGPT e l’intelligenza artificiale è esattamente quello che Celentano aveva previsto cinquant’anni fa: milioni di persone che si emozionano per qualcosa che non capiscono, che trovano profondo qualcosa che è superficiale, che vedono intelligenza dove c’è solo imitazione.
I nuovi paninari dell’AI sono come gli italiani del 1972 che ballavano su “Prisencolinensinainciusol”. Pensano di capire, ma non capiscono. Pensano di essere all’avanguardia, ma stanno solo seguendo la moda. Pensano di aver scoperto il futuro, ma stanno solo ripetendo il passato.
“Oh raga, ma che figata è ChatGPT?” È la stessa eccitazione di chi nel 1972 cantava “prisencolinensinainciusol ol rait” senza sapere cosa stesse dicendo. È la stessa illusione di comprensione, la stessa proiezione di significato su qualcosa che significato non ha.
E come allora, anche oggi ci sono quelli che ci marciano sopra. I nuovi Lorenzo de’ Medici dell’AI che vendono corsi su come fare prompting, che si autoproclamano esperti di una tecnologia che nessuno capisce veramente, che trasformano l’ignoranza collettiva in business personale.
Ma questa è l’Italia, bellezza. Il paese che ha inventato il Rinascimento e poi ha passato i secoli successivi a spiegare al mondo perché le cose nuove non funzionano. Il paese che ha dato i natali a Celentano e poi si stupisce quando qualcuno gli fa notare che aveva previsto tutto cinquant’anni fa.
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Quando l’arte incontra la scienza

Ma andiamo più a fondo nell’analisi tecnica di quello che ha fatto Celentano. Perché se guardate “Prisencolinensinainciusol” con gli occhi di un linguista computazionale, quello che vedete è un capolavoro di ingegneria del linguaggio che anticipa di decenni le tecniche moderne di natural language processing.
Prendete la struttura fonetica. Celentano ha identificato i pattern sonori più ricorrenti dell’inglese americano: le terminazioni in “-ing”, i dittonghi, le consonanti aspirate, le vocali ridotte. Ha creato quello che oggi chiameremmo un “modello fonetico” dell’inglese, ma invece di usarlo per parlare inglese, lo ha usato per creare una lingua artificiale che suona come inglese senza esserlo.
È la stessa tecnica che usano i modelli di linguaggio moderni. Identificano pattern statistici nel testo, li astraggono in rappresentazioni matematiche, li ricombinano per generare nuovo testo che mantiene le caratteristiche statistiche dell’originale. La differenza è che Celentano lo ha fatto con l’orecchio, i computer lo fanno con i numeri.
Ma c’è di più. Celentano ha anche capito l’importanza del ritmo e della prosodia nella comunicazione. Ha strutturato il suo nonsense seguendo i pattern ritmici della musica pop americana, creando quello che oggi chiameremmo un “modello prosodico” che rende il testo cantabile e memorabile anche senza significato.
E qui sta il genio: ha capito che il linguaggio non è solo semantica, ma anche musica. Che le parole non sono solo significati, ma anche suoni. Che la comunicazione non è solo informazione, ma anche performance. Ha anticipato di cinquant’anni quello che oggi sappiamo essere vero: che l’intelligenza artificiale funziona meglio quando imita non solo il contenuto del linguaggio umano, ma anche la sua forma.

Il test di Turing musicale

Alan Turing aveva proposto un test per determinare se una macchina potesse essere considerata intelligente: se un essere umano, conversando con la macchina senza vederla, non riuscisse a distinguerla da un altro essere umano, allora la macchina potrebbe essere considerata intelligente.
Celentano ha fatto qualcosa di simile, ma in ambito musicale. Ha creato una canzone che suona come inglese americano ma non lo è, e ha testato se il pubblico italiano riuscisse a distinguerla da una vera canzone americana. Il risultato? Il pubblico non solo non è riuscito a distinguerla, ma l’ha anche apprezzata e ballata come se fosse autentica.
È il primo esempio nella storia di quello che potremmo chiamare “test di Turing musicale”. E Celentano lo ha superato brillantemente, dimostrando che è possibile creare arte artificiale indistinguibile da quella autentica, almeno dal punto di vista dell’esperienza dell’ascoltatore.
Ma c’è un paradosso inquietante in tutto questo. Se “Prisencolinensinainciusol” è indistinguibile da una vera canzone americana per chi non conosce l’inglese, cosa ci dice questo sull’autenticità della musica che ascoltiamo? Quante delle canzoni che consideriamo “autentiche” sono in realtà costruzioni artificiali, pattern ricombinati, formule ripetute?
Celentano ci ha mostrato che l’autenticità è un’illusione, che l’originalità è una convenzione, che la creatività è spesso solo ricombinazione intelligente di elementi esistenti. E questo, cinquant’anni prima che l’intelligenza artificiale ci ponesse le stesse domande in modo ancora più pressante.

Quando il futuro raggiunge il passato

Ma la cosa più incredibile di “Prisencolinensinainciusol” è che è diventato una profezia autoavverante. Celentano aveva creato una canzone che imitava l’inglese senza essere inglese, e oggi abbiamo macchine che imitano l’intelligenza senza essere intelligenti. Aveva dimostrato che si può comunicare senza significato, e oggi abbiamo social media pieni di contenuti senza contenuto.
Aveva anticipato un mondo in cui la forma è più importante della sostanza, l’apparenza più importante della realtà, l’emozione più importante della ragione. E quel mondo è arrivato. Non solo è arrivato, ma ci viviamo dentro senza nemmeno rendercene conto.
Ogni volta che condividete un post senza leggerlo, state facendo quello che facevano gli italiani del 1972 con “Prisencolinensinainciusol”. Ogni volta che vi emozionate per un video di TikTok senza capire cosa state guardando, state ripetendo l’esperimento di Celentano. Ogni volta che credete a una notizia perché “suona vera”, state cadendo nella stessa trappola che il maestro di Galbiate aveva teso al pubblico televisivo.
Ma Celentano lo faceva come arte, come provocazione, come esperimento. Voi lo fate come vita quotidiana. E questa è la differenza tra un genio e i suoi imitatori inconsapevoli.
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Quando il passato illumina il presente

Oggi, mentre tutti parlano di intelligenza artificiale come se fosse una rivoluzione appena iniziata, io vi dico che la rivoluzione è iniziata nel 1972, in uno studio di registrazione milanese, con un uomo che aveva capito tutto prima di tutti gli altri.
Celentano non ha solo creato una canzone. Ha creato un paradigma. Ha dimostrato che l’intelligenza può essere simulata, che la comunicazione può essere artificiale, che l’emozione può essere programmata. Ha anticipato di cinquant’anni quello che oggi chiamiamo “era dell’AI” e lo ha fatto con gli strumenti più semplici del mondo: la sua voce, la sua intuizione, il suo genio.
E mentre oggi ci preoccupiamo di cosa farà l’intelligenza artificiale al nostro futuro, forse dovremmo preoccuparci di più di cosa ha già fatto al nostro passato. Forse dovremmo chiederci quante delle nostre certezze sono illusioni, quante delle nostre emozioni sono manipolazioni, quante delle nostre scelte sono condizionamenti.
Forse dovremmo tornare a “Prisencolinensinainciusol” non come a una curiosità musicale, ma come a un manuale di istruzioni per sopravvivere nell’era dell’informazione artificiale. Perché se Celentano ci ha insegnato qualcosa, è che possiamo essere ingannati molto più facilmente di quanto pensiamo, ma anche che possiamo essere molto più intelligenti di quanto crediamo.
 

Il metodo Celentano 

Allora, cosa possiamo imparare dal metodo Celentano per sopravvivere nell’era dell’intelligenza artificiale? Prima lezione: diffidate di tutto quello che suona troppo bene per essere vero. Se una risposta di ChatGPT vi sembra perfetta, probabilmente è perché è stata costruita per sembrare perfetta, non per essere vera.
Seconda lezione: imparate a distinguere tra forma e sostanza. Celentano vi ha mostrato che si può creare forma senza sostanza e che la gente ci casca. Oggi l’AI fa la stessa cosa su scala industriale. Ogni volta che leggete un testo generato artificialmente, chiedetevi: c’è sostanza dietro questa forma, o è solo “prisencolinensinainciusol” travestito da saggezza?
Terza lezione: non abbiate paura del nonsense. Celentano ci ha insegnato che il nonsense può essere più onesto del sense, che l’assurdo può essere più vero del logico, che l’incomprensibile può essere più autentico del comprensibile. Quando l’AI vi dà risposte che sembrano troppo sensate, forse è il momento di preferire un po’ di sano nonsense umano.
Quarta lezione: ricordatevi che dietro ogni intelligenza artificiale c’è sempre un Celentano. Qualcuno che ha programmato, qualcuno che ha scelto i dati, qualcuno che ha deciso cosa è importante e cosa no. L’AI non è neutrale, è piena di bias umani travestiti da oggettività matematica.
Quinta lezione: non smettete mai di ballare. Perché alla fine, che “Prisencolinensinainciusol” abbia senso o no, che l’AI sia intelligente o no, che il futuro sia roseo o nero, l’importante è continuare a muoversi, a creare, a sperimentare. Come faceva Celentano nel 1972, come dovremmo fare noi oggi.
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La resistenza del nonsense

Ma c’è un aspetto di “Prisencolinensinainciusol” che non ho ancora affrontato: il suo potere sovversivo. Perché quella canzone non era solo un esperimento linguistico, era anche un atto di resistenza culturale. Era il modo di Celentano di dire: “Non dovete per forza capire tutto. Non dovete per forza dare senso a tutto. Potete anche solo ballare.”
In un’epoca in cui tutto deve essere spiegato, analizzato, categorizzato, l’incomprensibilità diventa rivoluzionaria. In un mondo in cui l’AI pretende di avere una risposta per tutto, il nonsense diventa una forma di libertà. In una società in cui ogni emozione deve essere giustificata razionalmente, l’irrazionalità diventa un atto di ribellione.
Celentano ci ha mostrato che non siamo obbligati a capire tutto quello che ci viene proposto. Che possiamo rifiutare la tirannia del significato. Che possiamo scegliere l’emozione pura, l’esperienza diretta, la gioia senza spiegazioni.
E questo, oggi più che mai, è un messaggio rivoluzionario. Perché viviamo in un mondo che ci bombarda di informazioni, di spiegazioni, di analisi. Un mondo in cui l’AI pretende di spiegarci tutto, di analizzare tutto, di prevedere tutto. Un mondo in cui il mistero è diventato un lusso che non possiamo più permetterci.
Ma Celentano ci ricorda che il mistero è necessario. Che l’incomprensibile è vitale. Che il nonsense è umano. E che forse, proprio forse, la vera intelligenza non sta nel capire tutto, ma nel saper accettare di non capire niente.

Quando Celentano incontra ChatGPT

Immaginate per un momento che Celentano fosse ancora vivo oggi. Immaginate che entrasse in uno studio di registrazione con ChatGPT e gli dicesse: “Scrivi una canzone che suoni come italiana ma che in realtà sia nonsense inglese.” Cosa succederebbe?
Probabilmente ChatGPT produrrebbe qualcosa di tecnicamente perfetto, statisticamente corretto, linguisticamente plausibile. Ma sarebbe “Prisencolinensinainciusol”? Avrebbe la stessa forza dirompente, la stessa capacità di sorprendere, la stessa genialità folle?
Io credo di no. Perché quello che rende “Prisencolinensinainciusol” speciale non è la sua perfezione tecnica, ma la sua imperfezione umana. Non è la sua coerenza, ma la sua follia. Non è la sua logica, ma la sua intuizione.
L’AI può imitare Celentano, ma non può essere Celentano. Può riprodurre i suoi pattern, ma non può riprodurre il suo genio. Può simulare la sua creatività, ma non può simulare la sua umanità.
E questo ci porta a una conclusione paradossale: in un mondo sempre più artificiale, l’umano diventa sempre più prezioso. In un mondo sempre più logico, l’illogico diventa sempre più necessario. In un mondo sempre più comprensibile, l’incomprensibile diventa sempre più rivoluzionario.
Celentano ci ha mostrato la strada cinquant’anni fa. Ora tocca a noi decidere se seguirla o se lasciare che le macchine decidano per noi.

il cerchio si chiude

E così arriviamo alla fine di questa storia, che in realtà è l’inizio di un’altra storia. La storia di come un uomo abbia anticipato il futuro dell’intelligenza artificiale cantando nonsense in televisione. La storia di come l’arte possa essere più profetica della scienza. La storia di come l’Italia abbia prodotto un genio e poi se ne sia dimenticata.
Ma soprattutto, la storia di come “Prisencolinensinainciusol” sia diventato il manuale di istruzioni per l’era dell’AI senza che nessuno se ne accorgesse. Perché quella canzone ci ha insegnato tutto quello che dovevamo sapere: che l’intelligenza può essere simulata, che la comunicazione può essere artificiale, che l’emozione può essere programmata.
Ci ha insegnato che dobbiamo stare attenti a quello che suona troppo bene per essere vero. Che dobbiamo distinguere tra forma e sostanza. Che dobbiamo mantenere il nostro senso critico anche quando tutto sembra perfetto.
Ma ci ha anche insegnato che non dobbiamo avere paura del futuro. Che possiamo ballare anche sull’incomprensibile. Che possiamo trovare gioia anche nel nonsense. Che possiamo essere umani anche in un mondo di macchine.
E forse, alla fine, questo è il vero messaggio di Celentano: non importa se capite quello che sta succedendo, importa che continuiate a ballare. Non importa se l’AI vi supererà, importa che manteniate la vostra umanità. Non importa se il futuro sarà incomprensibile, importa che lo affrontiate con coraggio e ironia.
Perché alla fine, che sia “prisencolinensinainciusol” o “present calling sensation”, che sia nonsense o sense, che sia umano o artificiale, l’importante è continuare a muoversi, a creare, a sognare.
Come faceva Celentano nel 1972. Come dovremmo fare noi oggi. Come faremo domani, qualunque cosa ci riservi il futuro.
Ol rait?
 

Epilogo o ciaone

E così, mentre tutti parlano di ChatGPT come della rivoluzione del secolo, io vi ho raccontato di come la vera rivoluzione sia iniziata cinquant’anni fa, in uno studio milanese, con un uomo che aveva capito tutto prima di tutti gli altri.
Ma questa è l’Italia, bellezza. Il paese che ha inventato il Rinascimento e poi ha passato i secoli successivi a spiegare al mondo perché le cose nuove non funzionano. Il paese che ha dato i natali a Celentano e poi si stupisce quando qualcuno gli fa notare che aveva previsto l’era dell’AI mezzo secolo prima di tutti gli altri.
Forse è arrivato il momento di riconoscere che “Prisencolinensinainciusol” non era solo una canzone strampalata, ma il primo esperimento di intelligenza artificiale della storia della musica popolare. Forse è arrivato il momento di ammettere che Celentano non era solo un mattacchione, ma un visionario che aveva capito il futuro prima che il futuro capisse se stesso.
E forse, proprio forse, è arrivato il momento di smettere di essere spettatori del futuro e iniziare a essere protagonisti. Di smettere di subire l’innovazione e iniziare a crearla. Di smettere di ballare sulle canzoni degli altri e iniziare a scrivere le nostre.
Anche in Italia. Soprattutto in Italia.
Perché contro il logorio della vita moderna, la cura migliore è ancora l’innovazione. E contro l’omologazione dell’intelligenza artificiale, la cura migliore è ancora il genio umano.
Quello di Celentano. E il vostro.
Prisencolinensinainciusol ol rait.

PS – Nessuna Intelligenza Artificiale è stata maltrattata durante la produzione di questo post. Peraltro le immagini create con ChatGPT e Midjourney sono orribili e non me ne assumo alcuna responsabilità. Doveste poi non leggere nulla e guardare solo le figure, cazzi vostri! Da secoli noi europei impariamo anche da chi mandiamo verso morte certa nell’ottica della carne da cannone. Non importa quanto ne siate consapevoli ma se vi limitate al layout del post e avete tralasciato il testo…vi ringrazio personalmente per il vostro essere come siete. Grazie a voi il genere umano evolverà con la vostra naturale ancorché laboriosa estinzione!

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